L’Alta Corte britannica si è pronunciata sulla competenza del Parlamento, e non dell’esecutivo, a votare l’esecuzione della Brexit. Un dietro front è altamente improbabile: i parlamentari difficilmente si prenderanno la responsabilità di ribaltare la volontà popolare per come espressa con il voto dello scorso 23 giugno, anche se alcuni analisti attribuiscono al referendum soltanto natura consultiva. Resta il fatto che per il governo guidato da Theresa May è una pesante battuta d’arresto. Non a caso la premier, che conferma di voler avviare in ogni caso le procedure di uscita entro marzo 2017 facendo scattare la procedura dell’articolo 50 del Trattato del’Unione, ha promosso ricorso alla Corte Suprema e il responso degli 11 giudici è atteso tra un mese.

Nel caso di un ulteriore stop, il governo sarebbe costretto a percorrere la via parlamentare e il suo progetto potrebbe essere modificato; addirittura c’è chi pensa a un nuovo referendum. Qual è intanto il clima nel Paese e che segnali arrivano sul fronte economico? Per i Brexiters il regno Unito diventerà una grande potenza commerciale, per i Bremainers il risultato del referendum è stato falsato dalle menzogne. Su Left in edicola un approfondimento di 5 pagine con i contributi di Antonia Battaglia da Bruxelles ed Emanuele Ferragina da Londra.

 

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