Cita Che Guevara, «chi non lotta ha già perso», e Thomas Sankara, «perché le idee non si uccidono». Ma a poesia e rivoluzione Fiorella Mannoia ci ha già abituati. Alla sua eterna bellezza, anche. Questa volta a sorprendere è la musica, non tanto la ballata che ha scelto come singolo di apertura, ma quel vortice energico del resto che aumenta traccia dopo traccia. «È perché rispecchia quello che io sono oggi, sono in una fase della mia carriera in cui sono ancorata al mio passato, alle mie canzoni d’autore, ma è anche un momento di grande leggerezza, di grande libertà. È un momento bello della mia vita, sento di non dover dimostrare più niente e posso permettermi di cantare anche canzoni che uno non si aspetterebbe mai da me».

Quando si parla di te, spesso, si legge che sei il “controcanto della canzone d’autore italiana”, mi sono sempre chiesta ma “contro” chi?
(ride) Forse perché la canzone d’autore è sempre stata vista al maschile, ci sono tanti uomini e io sono stata la loro voce per tanti anni, perciò il controcanto era la voce femminile di qualcosa che è sempre stata attribuita agli uomini…
Finché poi un giorno hai preso a quattro mani il coraggio e hai fatto tutto da te.
Sì, devo dire che accarezzavo questo desiderio di scrivere i testi da molto tempo, ma non trovavo il coraggio. Pensavo che qualunque cosa scrivessi, in confronto a quello che scrivevano i cantautori storici che mi hanno accompagnato in questi anni, fosse scialbo, non all’altezza. Diciamo che mi sono un po’ autocensurata… sono stata la censora di me stessa.

Cosa è successo poi?
Questo desiderio me lo ha scatenato il disco Sud (2012, ndr) ho incontrato storie toccanti che ho sentito il bisogno di raccontare. …

L’intervista prosegue su Left in edicola dal 5 novembre

 

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