«Non dimenticate mai che basterà una crisi politica, economica o religiosa perché i diritti delle donne siano rimessi in discussione», diceva Simone de Beauvoir. E le donne non sembrano essersene dimenticate, anzi: ritornano a scendere in piazza per lottare e difendere i propri diritti da quell’ondata retrograda che sembra soffiare sul mondo, negli Stati Uniti dove fa discutere il sessismo di Donald Trump come in Argentina dove al grido di Ni una menos le donne hanno manifestato contro la violenza di genere. Ma anche in Francia, dove il 7 novembre le lavoratrici francesi hanno incrociato le braccia e sono scese in piazza per protestare contro il cosiddetto “gender Pay gap”.

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Nel 2016 infatti la disparità salariale che sussiste tra gli uomini e le donne, secondo i dati Eurostat, è pari a 16,1 punti nella media europea (il record negativo spetta all’Estonia dove la differenza è di 28,3 punti). Questo significa che se un uomo riceve uno stipendio di 1.000 euro, una donna, per lo svolgimento della medesima mansione, ne guadagna solo 839. In Francia il 7 novembre, giorno della manifestazione, era l’Equal Pay Day, il giorno in cui si rilancia il tema della pari retribuzione tra i sessi perché da quella data fino alla fine dell’anno è come se le donne smettessero di lavorare, o meglio di guadagnare per il lavoro svolto rispetto agli uomini.
Nonostante negli ultimi anni si sia ridotto il divario di partecipazione al mercato del lavoro fra donne e uomini, tanto che nel 2014 le lavoratrici costituivano circa il 46% delle persone impiegate in Europa, permane comunque un forte svantaggio per le donne rispetto ai colleghi uomini che si collega inevitabilmente al gender pay gap.
Ad esempio «In Italia – spiega Sabrina Scampini autrice di Perché le donne valgono, anche se guadagnano meno degli uominimeno del 47 per cento delle donne ha un impiego retribuito, contro il 65 per cento degli uomini. In Europa il rapporto è 63 e 75. Non ci sono solo poche donne occupate rispetto agli uomini, ma quando lavorano lo fanno molto meno: il part-time non è un trattamento di favore, bensì uno strumento di discriminazione. Inoltre, se consideriamo il compenso totale, una donna prende 0,47 euro per ogni euro guadagnato da un uomo». Lievemente diversi i dati forniti dal World economic forum secondo cui in Italia ad essere impiegate sono il 54.14% delle donne contro il 73.58%.

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Grafica: Commissione Europea

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Grafica: Commissione Europea

Nel nostro Paese le cose sembrano andare meglio che in Francia e Germania, almeno se si guarda a quelli che sono gli stipendi delle donne. Se infatti, basandosi su i dati Eurostat 2014, l’Equal Pay day in Germania scatta addirittura l’11 ottobre (peggio fanno solo Estonia e Repubblica Ceca), in Italia sarebbe il 9 dicembre.

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Grafica: Slate

Secondo il Sole 24 Ore la differenza tra i salari medi degli uomini e delle donne in Italia sarebbe pari a 3.620 euro annui. Per la precisione gli uomini guadagnano circa il 12,2% in più delle colleghe donne, e la differenza retributiva aumenta con con l’aumentare del grado di istruzione.

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Grafica: Sole 24Ore

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Grafica: Sole 24Ore

Questo significa che nonostante gli elevati tassi di istruzione (le donne laureate sono quasi 2,4 milioni), più una donna avanza di grado nella sua carriera professionale più si fa ampio il divario salariale fra lei e un collega uomo di pari grado. Se un manager uomo guadagna in media 105.983 euro medi annui una donna ne percepisce in media 94.750.
Una differenza che fa riflettere non poco sull’idea di parità che sussista nel nostro Paese, per cui una donna al potere è ancora percepito come qualcosa di anomalo e meno valevole di un maschio che occupi la medesima posizione.

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Inoltre anche la crisi, come spiegava 30 anni fa ha il suo prezzo. Secondo il Global Gender Gap Report del 2016 stilato World economic forum infatti la tendenza verso la parità salariale negli ultimi tre anni sta subendo un arresto (in Italia addirittura un regresso). Analizzando i dati si capisce per esempio che se il cambiamento verso l’equità non subisce un’accelerazione, per avere parità di trattamento economico fra uomini e donne dovremmo aspettare il 2186, ben 170 anni.
Le prospettive peggiorano inoltre se si pensa che un salario equo determina indipendenza economica e la piena libertà di determinare le proprie vite senza dover dipendere da un partner maschile, e che questo ha implicazioni concrete anche sul tema della violenza contro le donne. Anche per questo infatti si scenderà in piazza, questa volta nel nostro Paese, il 26 novembre.

 

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