Potrebbe sembrare un assist per Maria Elena Boschi e la sua riforma, tant’è che della legge sul cognome materno ne avevamo già parlato, su Left, con Carla Bassu, costituzionalista per il Sì che ce la citava come esempio delle storture del bicameralismo perfetto. In realtà, chi ci legge sa bene che quello della navetta parlamentare, del parlamento troppo lento, è un falso mito (uno studio di Open polis spiega benissimo perché) e quindi su questa legge in attesa di approvazione torniamo senza farci troppi problemi.

È così: la legge sul cognome materno giace da due anni in Senato, ancora lontana dall’approvazione. Giace lì, a differenza di quello che molti di voi, sicuramente, pensano: ingannati, come spesso accade quando i giornali si lasciano prendere la mano con i titoli già alla prima votazione, avvenuta in questo caso alla Camera. 239 voti favorevoli, 92 contrari e 69 astenuti: sembrava fatta. E invece no.

Ancora una volta, per una legge di civiltà, semplicissima, presentata per la prima volta 40 anni fa, siamo appesi alla sentenza della Corte costituzionale, questa volta (già nel 2006 la Corte sollecitò l’intervento del legislatore, respingendo un analogo ricorso) attivata della Corte d’Appello di Genova sul caso di una coppia italo-brasiliana: si chiede se sia costituzionale l’automatismo nell’attribuzione del cognome paterno. Dobbiamo insomma, «ancora sperare nella Consulta», come dice la deputata di Sinistra Italiana Marisa Nicchi, «per sbloccare una legge che è ferma per ragioni politiche, da due anni, segno che la maggioranza non ha a cuore questa battaglia di civiltà e di riconoscimento della madre».

Sperare nella sentenza e sperare che basti per riportare la legge in aula. La consulta ha infatti “accolto la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte di appello di Genova sul cognome del figlio” e dichiarato “l’illegittimità della norma che prevede l’automatica attribuzione del cognome paterno al figlio legittimo, in presenza di una diversa volontà dei genitori”. «L’approvazione di questa legge», continua infatti Nicchi, «sarebbe il segno del superamento di una società patriarcale e riconoscerebbe il ruolo importante della madre nella filiazione sancendo il definitivo superamento di uno storico disconoscimento». Ma siamo ancora lontani.

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