Umberto Veronesi non è stato solo un grande luminare dell’oncologia, ma un medico che amava le donne. Un medico che ha avuto la fantasia di mettere a punto una tecnica come la quadrectomia, che ha permesso per la prima volta di guarire dal tumore al seno, senza lesioni troppo gravi alla propria immagine. Erano anni in cui non esistevano ancora le risorse della chirurgia plastica che conosciamo oggi. E si può facilmente capire che significato abbia avuto.  La sua continua ricerca, il suo impegno con la Fondazione hanno prodotto risultati ancora più importanti, ma quella tecnica conservativa fu una svolta storica e un aiuto fondamentale. Non solo per la cura del tumore al seno, ma per l’integrità  psico-fisica delle donne che non dovevano più subire interventi gravemente invasivi.  E questo è il grazie più grande che ci sentiamo di rivolgergli. Insieme al riconoscimento per quello che Umberto Veronesi è riuscito a fare per affermare il metodo scientifico e la laicità in Italia, anche come ministro della Salute. E poi battendosi, perfino nella vita quotidiana, per la diffusione di una dieta più equilibrata, nel rispetto della natura, che nel suo caso arrivava a rinunciare completamente alla carne e nel suo caso anche al pesce, «per una questione etica non sterttamente medica», ci raccontava anni fa. Al contempo però Veronesi non è mai stato un vegetariano anti moderno, tanto da sostenere la ricerca sugli ogm. Impossibile dimenticare il suo impegno sul piano dei diritti civili lanciandosi in una fortissima battaglia in favore non solo del testamento biologico, ma dell’eutanasia per evitare il dolore inutile di malattie fisiche ad oggi incurabili.

Nel corso degli anni Umberto Veronesi è stato molto generoso con la nostra rivista. Fra i suoi moltissimi impegni è sempre stato pronto a rispondere. Anche per questo ci fa piacere ricordarlo con  questa intervista, non l’ultima, uscita su Left nel 2012.

Una vita contro i tumori

di Ilaria Bonaccorsi e Simona Maggiorelli

Professor Veronesi quali sono le nuove ricerche sul cancro che lei reputa più promettenti?
Tutta la ricerca è promettente e si può dividere sommariamente in due macro aeree: una che ha l’obiettivo di curare meglio il cancro (con nuovi farmaci, nuove particelle, nuove tecnologie) e l’altra che si concentra invece sull’indagine delle sue cause, per eliminarle. Nell’area terapeutica, mi aspetto nei prossimi 40 anni risultati significativi, che potrebbero innalzare la guaribilità generale fino all’ 80% dei casi. Nella seconda area vedo la svolta più lontana. Come ho scritto nel mio libro, il primo giorno senza cancro sarà quello in cui non ci ammaleremo più.

Già una decina di anni fa quando gli scienziati annunciarono di saper decodificare il genoma si disse che tutto questo avrebbe avuto ricadute positive e immediate per debellare il cancro, ma così non è stato, perché?
Dall’attuale lavoro degli scienziati per sequenziare più approfonditamente il Dna che cosa possiamo aspettarci? La promessa del Dna era quella di scoprire l’origine della malattia, vale a dire che cosa e come si crea il danno al Dna, che innesca i meccanismi di cancerogenesi. In realtà ci siamo trovati di fronte ad una complessità maggiore di quella attesa. Il cancro, va ricordato, non è una malattia, ma centinaia di malattie diverse che per convenzione riuniamo sotto un’unica categoria. Ognuna di queste malattie ha una sua evoluzione.

Si parla molto anche di nuovi farmaci molecolari. A che punto siamo arrivati?
I nuovi farmaci rappresentano una delle aspettative più forti della ricerca genetica, ma hanno effettivamente tardato ad entrare in clinica. Oggi sono circa 30 quelli utilizzati. Nei prossimi anni tuttavia il ritardo sarà rapidamente recuperato.

Lei è il medico che ha inventato la quadrectomia permettendo alle donne affette da tumore di conservare il seno e di non dover subire l’intervento come una lesione della propria immagine femminile. A che punto è oggi la cura del tumore al seno e quanto è importante che le donne che si sono ammalate non per questo smettano di sentirsi “desiderabili”?
Il tumore del seno è oggi uno di quelli a più elevata guaribilità. Se scoperto per tempo, quando è impalpabile e rilevabile solo strumentalmente, è guaribile nella quasi totalità dei casi e con interventi che rispettano l’integrità del corpo femminile. Dunque la salvezza per le donne esiste: la diagnosi precoce con mammografia ed ecografia. Con questo non intendo sminuire il “peso” della malattia. Il seno è simbolo della femminilità perché racchiude armonicamente la valenza della sensualità e della maternità e una diagnosi di cancro distrugge l’armonia fra la donna e il suo corpo. Per questo dico sempre ai miei medici che bisogna togliere il tumore non solo dal corpo, ma anche dalla mente. La senologia si è impegnata molto in questo senso, alleandosi alla chirurgia plastica e ricostruttiva e dando importanza al risultato estetico degli interventi chirurgici. Oggi credo che se la donna è capita nel suo profondo da medici e familiari, può trovare dentro di sé le risorse per guarire anche psicologicamente dal cancro al seno.

Nella sua lunga esperienza di oncologo le è capitato di rilevare un nesso fra depressione e minore reattività alle cure?
La depressione porta ad una minore reattività alla vita nel suo insieme e dunque una minore adesione alla cura. Una persona che non è motivata a guarire, non si sottopone alle visite, non crea alleanza terapeutica con il proprio mendico, non segue le terapie e così via. Non si può parlare tuttavia di minore risposta clinica alle terapie, così come non si può determinare un legame causaeffetto fra depressione e insorgenza di tumore, come da molte parti viene ipotizzato. Mi aspetto nei prossimi 40 anni risultati significativi, che potrebbero innalzare la guaribilità fino all’ 80% dei casi.

3 novembre 2012 Left

Commenti

commenti