New York – erano decine di migliaia, convocati con il tam-tam digitale. Tanti, un fiume in piena, molti giovani. Appuntamento alle sei, sotto la pioggia a Union square. Obbiettivo: arrivare sotto alla Trump tower, trenta isolati più su. «Sono qui perché ho paura – dice Jill, studentessa di medicina afroamericana, grandi occhiali e, a differenza di molti qui, un’aria per niente alternativa – In questi anni abbiamo fatto dei passi avanti come società e speravo di farne ancora. Le cose che ha detto Trump sono la negazione di questi anni in cui sono cresciuta».

Alle sei, uscendo dalle scale mobili della metropolitana ci si ritrova in una piazza piena, dove è difficile camminare, con un passaggio creato dalla polizia per chi torna a casa.

La piazza rimbomba di slogan: «No allo stupro», «Black  e muslim lives matter», «La figa morde» (allusione al “prenderle per la figa” di Trump) e poi, naturalmente, «Fuck Donald Trump», «No Justice, No peace». Jeffrey, cappello da baseball dei St. Louis Cardinals in testa, è entusiasta della partecipazione: «Non mi aspettavo tanta gente, non ci sono organizzazioni, non ci sono sindacati, è una reazione spontanea, se anche i gruppi organizzati si muoveranno gli impediremo di fare le cose peggiori». La preoccupazione di molti è quella per le minoranze: se Trump si muoverà nella direzione dichiarata, ci sono milioni di persone che vivranno nella paura. La buona notizia in questo senso è che la proposta di deportare i musulmani è scomparsa dalla home page della campagna: un contor è spararle ai comizi, ora le cose forse cambiano (ma così Trump farà infuriare la sua base).
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Già, le organizzazioni sindacali, i gruppi che organizzano migranti o quelle afroamericane non ci sono, si stanno curando le ferite e hanno appena terminato uno sforzo per cercare di mandare gente a votare. Ci sono persone normali e tanti studenti. Come a New York, manifestazioni ci sono state anche a Oakland e Berkeley nell’area di San Francisco, a San Diego, Seattle, Austin, Atlanta, in Connecticut (e sicuramente altrove). Quella della città del nuovo presidente però è la più grande. E a Columbus circle, accanto a Central Park ce n’era un’altra.

 

Dopo circa un’ora il serpente si muove verso la Trump Tower (nel mediocre video qui sopra l’inizio della sfilata) e manda il traffico caotico di Manhattan in tilt. Piove ed è l’ora di punta. Tra la folla abbiamo incontrato Michael Moore, che prima non vuole parlare e poi dice a un collega britannico: «Voi siete usciti dall’Europa, noi ieri abbiamo votato per lasciare l’America. Questo tipo è il contrario di tutto ciò che dovremmo essere. Non siamo mai stati all’altezza delle nostre aspettative. Con lui non lo saremo mai». A chi gli chiede, che si fa? Morre risponde: «ci sono 5 cose da fare le ho scritte sulla mia pagina Facebook». Siamo andati a guardare: prenderci il partito democratico, farla finita con i sondaggisti, cacciare tutti i rappresentanti che non faranno con Trump l’ostruzionismo che i repubblicani hanno fatto con Obama, smetterla di dire che si è scioccati, se lo siete è perché non aveti visto quanto la gente stesse soffrendo, ripetere a tutti quelli che incontrate “Clinton ha preso più ” (ovvero bisogna riformare il sistema elettorale).

Ecco Michael Moore in strada

Oakland, California

 

 

Oggi si è fatto vivo anche Bernie Sanders, che con un comunicato stampa ha detto: «Gli americani hanno votato contro lo status quo (una frecciatina a Hillary), se Trump volesse occuparsi delle sofferenze di chi lo ha votato, noi progressisti siamo pronti a collaborare. Se continuera con l’odio, il bigottismo, il razzismo e il sessismo che hanno connotato la sua campagna, faremo strenua opposizione». La sinistra democratica c’è ed è l’unica forza in campo in questo momento. Quel che esce a pezzi da queste elezioni è il partito democratico – e forse anche quello repubblicano per come lo conoscevamo.

 

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