Il nuovo album di Sting, atteso da anni, esce l’11 novembre e s’intitola semplicemnte 57th & 9th, dal nome della strada che ha attraversato ogni giorno per recarsi nello studio di registrazione di Manhattan, dove è stato realizzato questo album, inciso quasi di getto, seguendo l’ispirazione del momento. Il cantante e compositore inglese lo presenta il 12 novembre live a Parigi, al teatro Bataclan appena riaperto, per ricordare la strage di un anno fa. L’incasso di questo primo concerto, andato esaurito in poche ore, andrà a due fondazioni dedicate alle vittime dell’attentato del 13 novembre 2015.

Gordon Sumner, in arte Sting, ha composto un album innervato di temi politici e sociali, a  cominciare dal brano “Inshallah,” dedicato all’odissea e al dramma dei migranti.  Il  disco, che segna un ritorno a sonorità rock, è stato registrato dall’ex Police riprendendo storiche collaborazioni: al suo fianco ci sono il chitarrista Dominic Miller e il batterista Vinnie Colaiuta; da segnalare anche la presenza di Josh Freese (Nine Inch Nails, Guns n’Roses), del chitarrista Lyle Workman e ancora la band San Antonio The Last Bandoleros per un pizzico di tex mex a un disco che si annuncia carico di energia ma anche di incontri inediti fra rock e  musica classica. All’insegna di quella ricerca continua, che il cantante nato a Newcastle 65 anni fa, dice essere il suo “elisir”, ciò che lo tiene in forma non solo in senso fisico. «Questo disco parla di ricerca e del viaggio, della strada che porta all’incontro con lo sconosciuto. Ho cercato un tono più immediato rispetto ai miei ultimi lavori », racconta Sting nell’intervista in cui presenta questo quattordicesimo album che viene dopo il concept The Last Ship del 2013 e dopo la raccolta di musiche barocche Songs From The Labyrinth, del 2006.

In questo nuovo lavoro, insomma, Sting dice di voler recuperare qualcosa di quei cinque indimenticabili album registrati con i Police; qualcosa  della sua “anima” rock, ma con l’esperienza maturata in tutti questi anni, anche nella scrittura di testi meno di superficie «Vorrei mostrare che scrivo meglio di quando ero giovane», dice con un pizzico autoironia.

Prodotto da Martin Kierszenbaum – il disco pubblicato da Sony music – è stato registrato, quasi all’impronta, con sessioni chiuse in poche settimane. «In questo album ci siamo ritrovati a creare qualcosa di forte, rumoroso ma anche di meditato. È avvenuto tutto in modo molto veloce, molto spontaneo, cercando di sorprendere prima di tutto noi stessi, sparando che il risultato poi sorprenda anche gli ascoltatori» aggiunge il musicista inglese, che in questo disco offre note autobiografiche in “Heading South On The Great North Road”, mentre in “I Can’t Stop Thinking About You”, il brano che ha anticipato l’uscita del cd, allude all’ispirazione che viene da nuovi, inaspettati incontri, dal coraggio di andare in profondità nei rapporti.

Accanto a questa vena intima, come accennavamo, nei testi di 57th & 9th, affiorano temi globali, con uno sguardo rivolto alle aree del mondo lacerate dai conflitti, ai migranti, alle giovani guerrigliere costrette a imbracciare le armi per difendere se stesse e il proprio futuro (“Pretty Young Soldier”) , mentre “One Fine Day” parla di climate change in linea con l’impegno che ha sempre caratterizzato il musicista inglese che con la mogie Trudie Styler nel 1989, ha fondato l’organizzazione Rainforest Fund per l’Amazzonia. Nell’album  ci sono anche omaggi a David Bowie e a Prince scomparsi  quest’anno.  All’impagabile genietto di Minneapolis e alla sua indimentacabile Purple rain, in particolare, è dedicato il brano “50.000”.

qui il video di Sting che canta fragile al Bataclan:

Sting

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