“Leonard Cohen una voce fuori dal coro, poesia pura. Essenzialità e rigore, maledettamente sensuale. Billie Holiday cantava Speak low, e nessuno più di lui ne ha fatto il proprio stile. L’espressione più bella per dire che non serve urlare“. Così Ermanno Giovanardi, ex La Crus, parla del grande cantautore canadese scomparso poche ore fa. Leonard Cohen è stato un punto di riferimento non solo per la generazione di artisti che si è affacciata sulla scena fra gli anni Sessanta e i primi anni Settanta.

Cohen era un formidabile compositore di liriche, forse più di Bob Dylan e di Joan Baez. Diversa era la loro formazione, del resto: Leonard Norman Cohen era nato il 21 settembre 1934 a Westmount, nel Quebec, aveva radici culturali fortemente europee. La poesia di Federico Garcia Lorca è stata la sua prima fonte di ispirazione E affascinato dall’epos omerico e della lirica di Saffo, dopo essersi laureato alla McGill University, andò a vivere per qualche tempo nell’isola greca di Hydra, dove pubblicò le sue prime raccolte di poesie: Flowers for Hitler nel 1964 e i racconti The Favourite Game nel 1963 e Beautiful Losers nel 1966.

Ma i primi anni furono durissimi, i suoi componimenti non avevano destato attenzione, le difficoltà economiche lo costrinsero ad andare a lavorare in una fabbrica di vestiti a Montreal, finché  decise di dare una svolta alla sua vita trasferendosi nella Grande Mela. Era il 1966 ed erano gli anni in cui New York era travolta da una potente onda folk-rock. In quel clima di fermento artistico incontrò la cantante Judy Collins, che accettò di inserire in un proprio disco una canzone di Cohen: era la mitica ”Suzanne”: indicava una nuova strada, un modo completamente nuovo di comporre e poi di cantare, per lui, con una voce profonda e maschile.

Leonard Cohen ha creato infinite perle avendo il coraggio di procedere per “arte del levare”, liberando la poesia pura, togliendo ogni orpello, ogni artificio. Con il coraggio di mettersi a nudo per dare una voce al proprio mondo interiore, con semplicità. Traendo forza dai silenzi e da composizioni all’apparenza scabre.

Leonard Cohen ci lascia album pieni di struggente malinconia come il suo primo Songs of Leonard Cohen e capolavori assoluti come Songs of love and hate. Un disco che ha nutrito generazioni di musicisti. A cominciare da Nick Cave, che ha più volte raccontato quel suo primo incontro, sconvolgente, con quell’album: «Non avevo mai sentito nulla di simile. Ha avuto un impatto determinante, cambiando radicalmente il mio modo di intendere la musica da qual momento in poi. Mi dette l’idea e il modo per far incontrare quelle scure e dannate poesie in cui ero immerso con sonorità rock». Così nacque il primo album di Nick Cave and the bad seeds Avalanche. Questa e altre testimonianze, compresa quella di Fabrizio De André che tradusse tre canzoni di Cohen, si possono leggere ne I famosi impermeabili blu: Leonard Cohen, di Massimo Cotto, un libro che oggi vale la pena di rispolverare.

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