La settimana è cominciata con qualche fiocco di neve bagnata a segnare l’arrivo dell’inverno. Un inverno dello spirito che vede succedersi avvenimenti importanti che segneranno le stagioni a venire. Il 7 si è inaugurata la nuova conferenza sul clima, la Cop22 a Marrakech. Gli accordi di Parigi dell’anno scorso sono stati ratificati qualche giorno fa, eppure l’agenda politica ed economica dei governi non sembra essere particolarmente sensibile a questa catastrofica emergenza. Gli Stati Uniti d’America hanno un nuovo presidente e anche questo rischia di non essere risolutivo di un ordine mondiale assurdo e del tutto scombussolato.

Guardo fuori dalla finestra e mi sento triste, domenica ci saranno le commemorazioni degli attentati del 13 novembre. Mi accorgo di una qualche reticenza a scrivere di questo argomento, come se il fatto stesso di ricordare fosse molto faticoso. Quello che è successo a Parigi un anno fa sembra così lontano da apparire quasi irreale. La città si è sforzata di cancellare i segni lasciati dalla strage di quella sera. I monumenti spontanei che erano sorti in vari luoghi del quartiere sono stati rimossi. Il Bataclan è stato completamente rinnovato e si prepara a accogliere un concerto di Sting il 12 novembre, e altri ne seguiranno. Sulle transenne che ancora ne chiudono l’accesso, resta soltanto qualche mazzo di fiori afflosciato. Varie iniziative sono previste per il prossimo fine settimana ma molti parigini dicono di volersene andare per non assistervi. La nuova insegna del Bataclan ha un ché di sbarazzino, le lettere sono disallineate; a mio marito fanno venire in mente il ritmo della mitraglia. Mi fermo a riflettere su questa sua bizzarra associazione. È come se a volersi lasciare a forza qualcosa indietro, si finisse per ritrovarsela davanti agli occhi senza nemmeno rendersene conto. C’è qualcosa che non torna in questa gestione della memoria. È come se si volesse controllare, incanalare il racconto di ciò che è accaduto, allorché le manifestazioni estemporanee, forse più sincere, fossero state disincentivate. Lo stato di emergenza ha messo una cappa di piombo sulla testa dei cittadini, ha prodotto dei violenti scontri durante le manifestazioni della primavera scorsa contro la legge sul lavoro, ha messo in ginocchio le forze dell’ordine che nelle ultime settimane non hanno smesso di protestare per il livello di pressione insostenibile e ha reso ancora più drammatica la situazione dei molti migranti che transitano in Francia o hanno fatto richiesta di asilo.

Mi tornano in mente i mesi di euforia vissuta a Place de La République durante il movimento Nuit Debout, l’idea che qualcosa di diverso potesse davvero accadere. Dove sono finite tutte quelle persone? Continuano a portare avanti il discorso iniziato? E dove, come lo fanno? Perché è così difficile organizzarsi, mobilitarsi? Il futuro appare quanto mai incerto in Francia, con una campagna presidenziale dall’esito del tutto imprevedibile e un passato recente che sembra inaffrontabile, quasi rimosso, a causa della sua portata traumatica. Non resta che un triste presente, dalle tinte grigie, che sembra farsi ogni giorno più pesante. L’atteggiamento della gente sembra essere di una progressiva chiusura, una sfiducia crescente che mescolata alla rabbia può provocare le peggiori reazioni.

Commenti

commenti