La polvere si è depositata e possiamo guardare ai numeri dell’America che ha eletto Donald Trump. C’è una cosa che salta agli occhi e che abbiamo cercato di scrivere in altro modo parlando della incapacità di entrare in relazione con la gente e di costruire un messaggio forte e una narrazione: la sconfitta è soprattuto di Hillary Clinton. Donald Trump ha infatti preso meno voti di Mitt Romney nel 2012, ma ha vinto. Rispetto a Obama nello stesso anno, a Hillary mancano 5 milioni e mezzo di voti – ben nove rispetto al trionfo del 2008. La prima lettura da dare è quindi che la campagna democratica non è stata in grado di portare gente a votare.

IL SISTEMA ELETTORALE
Diciamolo subito: il sistema elettorale Usa è discutibile – ma ci sono delle ragioni, anche sensate, perché sia così.

Vediamo perché partendo da un dato: Hillary Clinton ha preso più voti di Donald Trump, circa 400mila: con un sistema proporzionale, in teoria sensato quando si elegge una persona, avrebbe vinto lei. Come Al Gore nel 2000. Questo è un dato interessante e confortante per il futuro: nelle ultime sette elezioni i democratici hanno preso più voti in sei. Due, Hillary Clinton e Al Gore, però le hanno perse con il sistema degli electoral college. È una serie mai capitata nella storia americana.

Un sistema proporzionale però, cancellerebbe di fatto alcuni Stati dalla politica Usa: ci sono tre Stati sopra i 20 milioni (New York appena sotto) e 9 Stati sotto il milione e mezzo. La California da sola fa il 12% della popolazione, il Wyoming e il Vermont di Bernie Sanders lo 0,18%. Ma gli Usa sono una federazione e i poteri, la rappresentanza vanno in qualche modo bilanciati.

Infine, il sistema, per quanto discutibile, è sempre lo stesso, per vincere bisogna sapere come ottenere 272 collegi elettorali, non come prendere più voti. Il sistema ha però una falla di altro tipo: tra gli Stati con più bassa partecipazione al voto c’è proprio la California. Perché? Perché si sa già chi vince, i democratici, e quindi è inutile andare a votare: se il partito di Obama prende il 52% o l’80% il numero di collegi elettorali espresso è lo stesso. Poi ci sono fattori culturali, ma certo, in Florida o Virginia, swing states, si vota di più.

LA PARTECIPAZIONE AL VOTO
Il secondo dato generale riguarda proprio la partecipazione al voto. Un elemento chiave. Il numero definitivo lo avremo tra un paio di settimane, ma le previsioni parlano del 56,5%. È un dato più basso delle ultime tre elezioni presidenziali: che in serie erano stati, 58,6% (2012) 62,2 (2008) 60,7 (2004).

LE DONNE. Veniamo a chi ha votato cosa. Il dato simbolicamente peggiore per Hillary Clinton è quello relativo alle donne: il 53% delle bianche ha scelto il candidato repubblicano a prescindere dai suoi comportamenti e dal fatto che dall’altra parte ci fosse la prima candidata donna della storia. Le donne delle minoranze hanno votato in massa e il dato assoluto, bianche più minoranze, pende per Hillary (54%, che è sempre un punto in meno di Obama nel 2012). Interessante il dato sulle donne con titolo di studio: tra le minoranze le donne meno istruite votano più Clinton, tra le bianche più Trump (e viceversa). Un segno tra mille di una divisione tra i poveri su linee razziali, una forza per i repubblicani.

LE MINORANZE Il dato che meglio fa capire la sconfitta di Clinton, la sua mancanza di appeal è quello sul voto delle minoranze. I bianchi hanno votato Trump al 58% e sono il 70% degli elettori. Tra questi Hillary, pur essendo bianca, ha perso due punti. Il distacco è quasi identico a quello inflitto da Romney a Obama. Il problema allora sono le minoranze. Non solo hanno votato meno che in passato ma pur assegnando un trionfo a Clinton, il voto è -5% rispetto a Obama tra i neri, -6% tra i latinos, -8% tra gli asiatici. Il dato che più sorprende è quello ispanico: Trump ne ha dette di tutti i colori contro i bad hombres messicani, eppure. C’è forse in una piccola parte della popolazione ispanica, che comunque ha votato al 65% democratico, l’idea di un sogno americano da realizzare. Se si è cittadini, non si è colpiti dalle minacce di espulsioni. Nel complesso, ma il dato non c’è, è probabile che la partecipazione al voto dei neri sia calata di parecchio. Così si spiegano il risultato della Pennsylvania e in parte dell’Ohio, dove le comunità afroamericane urbane bilanciano la campagna più conservatrice.

CHI NE PORTA DI PIÙ AI SEGGI
E questo è il punto centrale: alle elezioni americane, come molte altre ormai, vince chi porta i propri elettori ai seggi, non chi convince più gente a cambiare voto. Stavolta i bianchi avevano dell’entusiasmo, le minoranze no. I neri non avevano più il loro presidente e gli ispanici non hanno avuto una riforma dell’immigrazione (colpa dei repubblicani, ma chi comanda la paga). E il messaggio di Hillary alle minoranze – e alle donne – è stato: abbiate paura, tremate, arriva il mostro. Il messaggio di Trump: cambiamo tutto, spazziamo via la vecchia politica. Uno era in positivo, l’altro in negativo.

IL TITOLO DI STUDIO
Andiamo avanti: chi ha una laurea vota di più democratico, chi non ce l’ha repubblicano: un controsenso dal punto di vista del ruolo che i partiti dovrebbero ricoprire, ma è una tendenza occidentale. Il dato è clamoroso tra i maschi bianchi senza laurea: 72% per Trump. Non a caso non abbiamo fatto che parlarne su Left: il malato d’America sono loro e rappresentano un terzo dell’elettorato.

E I GIOVANI?
Clinton vince tra i giovani e anche tra i 35-44enni, ma rispetto a Obama perde 5 punti tra gli under 30. Quei voti non sono andati a Trump, ma all’indipendente verde Stein e al libertario Johnson, che in quella fascia di popolazione hanno preso il 5%. Il problema più grande per Clinton è il tonfo tra i 45-64enni, la gente cresciuta nell’era Reagan, la parte più cospicua dell’elettorato, il 40%. Il messaggio di Trump era perfetto per loro. Qui ha perso 3 punti rispetto al basso 47% di Obama. Il fatto è ancora più singolare perché il presidente Bill Clinton era quello che era riuscito a farsi votare dai cosiddetti Reagan democrats, gente con caratteristiche sociali da democratico, che era passato ai repubblicani nei 12 anni (Reagan e Bush senior) dell’era reaganiana.

 

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