Salvini ha subito cambiato la sua immagine di copertina su facebook. Lui è ora abbracciato a Donald Trump, e Matteo Renzi, affiancato, in bianco e nero, stringe invece la mano a Obama. Lui vince, insomma, e Renzi – già passato – perde. È più che ottimista, Salvini, ma non è il solo a dover ancora smaltire la sbornia, entusiasta per l’esito delle elezioni americane.

Anche in Forza Italia, la vittoria di Trump muove le cose, eccita gli animi radicali, frena e indispettisce le tentazioni moderate. Giovanni Toti, ad esempio, che è sempre stato quello che, dalla Liguria, spiegava che con la Lega bisogna lavorare insieme, ha preso la palla al balzo: serve un partito unico di centrodestra e basta con il Ppe.

«Il 5 dicembre è dietro l’angolo», dice Toti, «non abbiamo tanto tempo». Serve allora «una federazione oppure quel partito repubblicano sul modello americano più volte citato dal presidente Berlusconi», un simbolo unico per «costruire un’alternativa credibile da proporre agli italiani dopo la vittoria del No». Un’alternativa più credibile di quella a cui sta lavorando Stefano Parisi, si intende – che «mi sembra intento a lavorare ad altro, un’area moderata sulla quale nutro molte perplessità».

Ovviamente Parisi la pensa diversamente, e i due (al netto di Salvini) sono la perfetta sintesi del dibattito che si è aperto nel centrodestra nostrano con la vittoria di Trump. Stefano Parisi, infatti, dalle pagine del Messaggero Veneto, avverte i falchi di Forza Italia e Lega: «Forza Italia dovrà decidere da che parte stare o lo cominceremo a capire fra poche ore», dice infatti Parisi riferendosi alla kermesse che Salvini ha organizzato a Firenze questo week end. Nel senso: se Forza Italia sarà tutta lì, per Parisi, l’errore potrebbe esser fatale. Perché «un centrodestra a trazione leghista, anzi, a trazione leghista salviniana, è destinato a non intercettare i voti moderati e quindi a perdere. Appiattirsi sul Carroccio vuol dire semplicemente consegnarsi a Grillo», dice Parisi. Chi ha ragione?

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