New York – È la mattina di mercoledì e Isabel e Mercedes, due signore messicane sulla quarantina stanno piegando i panni nella lavanderia a gettoni dove lavorano per una signora cinese. Parlano a bassa voce delle elezioni, tra loro, in spagnolo. «Avete visto che disastro?», chiedo loro. «Una catastrofe: stavo appunto dicendo alla mia amica di come mio marito sia nervosissimo. Siamo qui da tanti anni, ma lui non ha ancora i documenti. Ora abbiamo un po’ paura». «Io conosco diverse persone con i figli nati qui, ma senza documenti. Cosa faranno adesso? Non pensavo che avrebbe vinto Trump, qui a New York non piace a nessuno di quelli che conosco». Persino la signora cinese padrona della lavanderia – e i cinesi non parlano spesso di politica, lavorano e si fanno gli affari loro – dice qualcosa in uno spagnolo stentato (misteri dell’immigrazione e del pianeta globale): «Trump es malo, es un grande problema».
Le preoccupazioni di Isabel e Mercedes e della loro datrice di lavoro sono le stesse di milioni di cittadini e non che vivono negli Stati Uniti nel giorno uno dell’era Trump. Musulmani, messicani, neri, omosessuali sono preoccupati a vario titolo. E hanno ragione. Magari il presidente eletto non farà quello che ha promesso – non è tecnicamente fattibile cacciare 12 milioni di persone e non è costituzionale bandire qualcuno per la religione che professa – ma ha già fatto alzare la testa alla peggiore feccia di questo Paese. Se il presidente si permette certe frasi, perché io che sono un uomo della strada non posso fare di peggio?
E allora ecco che da tutte le parti arrivano notizie preoccupanti e angoscianti. Sono una minoranza, ma oggi si permettono di dire e fare cose che prima non osavano nemmeno pensare. È successo lo stesso in Gran Bretagna, dopo la vittoria del Sì alla Brexit.

Intendiamoci, non è questo l’elettorato di Trump, questi ci sono sempre stati. Ma oggi si sentono forti, passano all’incasso, si appropriano di una vittoria che in realtà non hanno ottenuto loro e chiedono visibilità. Trump, nei mesi di campagna li ha corteggiati, vezzeggiati, non li ha condannati quando era necessario. E così il Ku Klux Klan annuncia una marcia in North Carolina il 3 dicembre. Il gruppo locale, circa 150 membri, è tra i più attivi del Paese.
Come scrive Richard Cohen del Southern Poverty Law Center, un centro che documenta le attività dell’estrema destra, fa educazione alla diversità e porta in giudizio casi di razzismo, xenofobia e i cosiddetti hate crimes:
Andrew Anglin, del Daily Stormer, un sito web nauseante e popolare tra i neonazisti, ha dichiarato, «il nostro leader glorioso è salito a Dio Imperatore. Non commettere errori su di esso: abbiamo fatto questo».

epa04852427 A man displays a Confederate battle flag during New Black Panther Party and Ku Klux Klan rallies on the grounds of the South Carolina Capitol in Columbia, South Carolina, USA, 18 July 2015. EPA/ERIK S. LESSER

epa04852427 A man displays a Confederate battle flag during New Black Panther Party and Ku Klux Klan rallies on the grounds of the South Carolina Capitol in Columbia, South Carolina, USA, 18 July 2015. EPA/ERIK S. LESSER

David Duke (ex leader del Ku Klux Klan e candidato in Louisiana) è stato altrettanto chiaro, twittando che «la nostra gente hanno giocato un ruolo enorme nella elezione Trump!»

Kevin MacDonald, un antisemita e ex professore senza peli sulla lingua, ha scritto: «Questa è una vittoria straordinaria. Fondamentalmente, si tratta di una vittoria della gente Bianca nel corso degli oligarchici, élite ostili».

Poi c’è la reazione della gente comune, la feccia comune. Ecco tre esempi che abbiamo trovato sui social network, postati da persone preoccupate.

Carosello di auto con la bandiera confederata (sudista) nel nord dello Stato di New York

Un episodio riportato da Shaun King, giornalista del Daily News a New York: ragazzine che chiedono a una ragazza ispanica o afroamericana (non è chiaro) «Non dovresti sederti in fondo tu? Ha vinto trump!»

Un preside di una scuola in Pennsylvania scrive che nel suo istituto sono apparse svastiche sui muri, ci sono state aggressioni e cose simili. In un’altra scuola dello Stato si segnalano urla heil Hitler e insulti («raccogli cotone») verso gli afroamericani.

La presidenza Trump è appena cominciata. Chissà se l’Fbi, che gli ha dato una così bella mano a vincere, ora si darà da fare per portare in tribunale queste persone che violano la legge vigente negli Stati Uniti.

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