Trump, Trump e ancora Trump. La politica europea si è appiattita, forse necessariamente, sull’evento che potrebbe cambiare un decennio di politica internazionale. Di fronte all’elezione del 45° Presidente degli Stati Uniti, anche la ricorrenza della caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989), non ha potuto nulla. Anzi, mercoledì mattina, le telecamere delle reti televisive tedesche inquadravano l’ambasciata americana di Berlino, a due passi dalla Porta di Brandeburgo.

Sebbene si sia parlato molto delle ripercussioni del voto americano sul ruolo dell’Ue in termini di forza geopolitica e militare, la domanda principale che accomuna tutti i dibattiti nazionali è un’altra: ci sarà un’onda lunga di “trumpismo” nel Vecchio Continente?

Una cosa è certa: gli effetti più importanti sulle dinamiche di politica interna ci sono stati e ci saranno nei Paesi Ue in cui i partiti populisti di destra godono già di un forte seguito, o sono addirittura al governo. Le reazioni a caldo da parte del “Fronte Nazionale” (Fn) in Francia, del “Partito per la Libertà” (Pvv) in Olanda, di Viktor Orban in Ungheria, dell’”Alternativa per la Germania”(Afd) in Germania, dell'”Interesse fiammingo” (“Vlaams Belang”) in Belgio, di “Alba Dorata” in Grecia e del “Partito della libertà” (Fpö) in Austria, sono state raccolte da Euractiv e indicano un fronte compatto di destra che è pronto a cavalcare l’onda made in USA.

Con il secondo turno delle elezioni presidenziali in programma per il 4 dicembre, l’Austria è il primo Paese candidato a dare un segnale di continuità “trumpista” in Europa. Il leader dell’Fpö, Heinz Christian Strache, ha commentato l’elezione di Trump affermando che “la sinistra e le élite sono state punite dal voto e saranno escluse dal potere elezione dopo elezione”. In effetti, secondo gli ultimi sondaggi, il candidato dell’Fpö, Norberto Höfer, sarebbe in vantaggio rispetto ad Alexander Van der Bellen, ex-leader del Partito dei Verdi. Quest’ultimo non ha potuto far altro che definire le elezioni di Trump come un “segnale di allerta per l’Austria”.

Ma la catena potrebbe entrare in moto, appunto “voto dopo voto”. Già, perché il 2017 vedrà susseguirsi elezioni politiche in Olanda, Francia e Germania. Per quanto riguarda la Francia, Annika Joeres, su Die Zeit, sostiene che Le Pen potrebbe essere il prossimo Trump al femminile. E sebbene sia vero che il sistema elettorale francese rende estremamente difficile l’elezione di candidati radicali, secondo la ricercatrice Emilie Souyri “ci sono somiglianze importanti” fra Trump e Le Pen: “Anche in Francia ci potrebbe essere uno shock importante”. Come sostiene Olivieri Faye su Le Monde, è probabile che la strategia di Marine Le Pen si trasformi in un discorso pubblico del tipo: “Se gli Stati Uniti hanno eletto un presidente populista che sostiene una posizione protezionista e nazionalista, perché i francesi non possono fare lo stesso”? Secondo Faye, Marine Le Pen cercherà comunque di mantenere un profilo basso nei prossimi mesi in modo da normalizzare il più possibile la sua figura agli occhi dell’elettorato moderato francese. In

Germania invece, si teme che il voto americano possa mettere le ali all’Afd di Frauke Petry. Alexander Gauland, rappresentate di primo piano dell’Afd, in un’intervista per Die Welt, ha sostenuto che i progetti politici del suo partito e di Trump hanno punti di convergenza: la lotta contro le élite e l’immigrazione di massa: “Gli elettori di Trump sono contro l’immigrazione messicana, noi contro quella dagli Stati islamici”.

Sebbene tutti questi partiti combattano per un ritorno alla sovranità nazionale tout court, Thomas Krüger, della “Bundeszentrale für politische Bildung” (“Centro federale per la formazione politica”, tdr.) tedesca, parla di un’“Internazionale della destra che promuove un’immagine diversa di Europa e dei rapporti fra i suoi Paesi”. Si tratta di una tendenza intellettuale che, secondo Krüger, “poteva già essere osservata venti anni fa”, ma che non è mai stata politicamente organizzata come oggi. E se qualcuno si chiede come sia possibile che, nonostante l’opposizione mediatica, queste forze riescano a fare il pieno di consensi in giro per l’europa, Thomas Hanke, su Handelsblatt, ammonisce: dalla storica “banalità del male” siamo passati a una “banalizzazione del male” che gioca a favore delle forze politiche di destra estrema.

Un discorso a parte lo meritano Spagna e Regno Unito. Nella penisola iberica, Susana Diaz del Partito socialista spagnolo (Psoe) ha accusato Podemos di “bere dalla stessa fonte di Donald Trump”. Pablo Iglesias ha però risposto tramite un articolo pubblicato da Diario Publico. Iglesias ha commentato le elezioni di Trump con un ragionamento articolato: “Il populismo non è un’ideologia, ma una forma di costruzione del ‘fare politica’ che porta al centro del dibattito istanze ‘marginalizzate’ e che si espande nei momenti di crisi”. Iglesias ha spiegato che “i populisti possono essere di destra, di sinistra, ultra-liberali o protezionisti” e ha ribadito la differenza del suo movimento rispetto a quello “fascista di Trump”.

Il Regno Unito, il cui governo si sente ormai con un piede fuori dall’Ue, non sa se gioire o meno del risultato americano. Donald Trump dopo le elezioni ha ribadito che considera lo Uk come un “luogo speciale”. Un modo come un altro per dire che la relazione “speciale” tra Washington e Londra continuerà e sarà più forte di prima. Secondo Boris Johnson, Trump sarebbe pronto a siglare un accordo di libero scambio don il Regno Unito, un elemento che darebbe un altro tono alle negoziazioni sul Brexit con l’Ue. Commenti sprezzanti sono arrivati invece dal Labour. Ed Miliband ha commentato le elezioni di Trump come un sintomo dello “degenerazione americana”.

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