Dopo una sconfitta pesante bisogna cambiare. Se c’è una certezza nel partito democratico sembra essere questa. E la sconfitta di Clinton (che è anche un po’ di Obama) lascia aperto il campo a un cambiamento vero.
Il nuovo capo del DNC, la macchina del partito democratico, dovrà essere una figura meno attenta a in trattenere rapporti di alto profilo e più community organizer. Su questo sono d’accordo quasi tutti. Ieri Keith Ellison, rappresentante eletto in Congresso in Minnesota, ha formalizzato la sua candidatura. E ricevuto sostegni pesanti.
Cinquantatrè anni, afroamericano convertito all’Islam e primo musulmano della storia eletto alla Camera, nato a Detroit, Ellison sembra essere quella faccia nuova e capace di trasmettere un forte contrasto tra l’immagine bianca e un po’ razzista di Trump e il partito democratico. Non solo, Ellison nasce come community organizer, ha esperienza sul campo, posizioni abbastanza di sinistra e il sostegno attivo di Bernie Sanders, che ha lanciato una petizione online per sostenerlo, del senatore di New York Schumer, che guiderà il partito in Senato. Non è finita, Elizabeth Warren ha detto che sarebbe un leader del DNC fantastico e l’ex leader del Senato, che non si è ricandidato ma resta figura centrale, Harry Reid, ha anche lui annunciato il proprio sostegno.
«I Democratici vincono quando usano il potere della gente comune e lottano per  risolvere i suoi problemi», ha scritto Ellison in un comunicato con cui rende ufficiale la sua corsa. «Non è sufficiente chiedere il sostegno degli elettori ogni due anni. Dobbiamo essere con loro ogni volta che perdono una busta paga, ogni aumento delle tasse scolastiche, e ogni volta che qualcuno è vittima di un hate crime, un crimine di matrice razzista. Quando gli elettori democratici sapranno per cosa ci battiamo, allora saremo in grado di cambiare le loro vite», si legge ancora.

U.S. Representative Keith Ellison, Democrat of Minnesota, speaks to housing rights activists at a rally in front of the U.S. Capitol to call on lawmakers to protect homeowners from foreclosures in Washington, DC, USA on 11 March 2008. Home foreclosures in the U.S. have soared to an all-time high. Many borrowers with subprime loans have seen their initially low interest rates adjusted much higher and are falling behind on payments as a result.  ANSA/MATTHEW CAVANAUGH/DIB

Se Hillary avesse vinto sarebbe toccato a lei nominare qualcuno alla testa del DNC, ma in questa situazione c’è invece una vera corsa alla carica. Ellison sembra davvero in testa a giudicare dalla quantità di sostegni ottenuti dopo l’annuncio. «Dobbiamo dedicare meno attenzione ai donatori più grandi e occuparci dei ragazzi del barbiere (un luogo di ritrovo delle comunità afroamericane), delle cameriere dei diner (un personaggio iconico della cultura americana), degli operai preoccupati del destino della loro fabbrica». Quelli, insomma che non sono andati a votare o che hanno scelto di votare repubblicano. O meglio, hanno scelto le promesse immaginifiche di Donald Trump.

Ellison ha caratteristiche che sono quelle necessarie a restituire al partito democratico un’immagine di vicinanza con quelli che gli hanno voltato le spalle: non è una figura legata a nessun potere forte, non è un alleato di Clinton – alle primarie era tra i pochi sostenitori importanti di Sanders – viene da una regione del Paese che è quella dove il partito di Obama ha subito le sconfitte più brucianti. Senza quelle, Clinton sarebbe alla Casa Bianca.

Contro Ellison si è già candidato Howard Dean, che ha ricoperto questo ruolo dopo la sconfitta di John Kerry contro Bush nel 2004 e portato a due vittorie il partito. È un esperto di numeri e anche schierato abbastanza a sinistra. Come anche l’ex governatore del Maryland Martin O’Malley, già terzo candidato alle primarie con Clinton e Sanders. Dean sembra prò già aver capito che il vento non è dalal sua parte e rilascia dichiarazioni accomodanti.

Il DNC è finito nel mirino della sinistra del partito dopo che Debbie Wasserman Schulz, l’ex leader, si è dovuta dimettere quando si è scoperto che stava segretamente favorendo Clinton su Sanders. Per i democratici dare un segnale di rottura sarebbe fondamentale: se c’è una cosa che la sconfitta alle presidenziali dovrebbe aver insegnato, è che il partito viene percepito come distante da un pezzo importante di America che vive lontano dalle coste. Di quella parte del Paese si dovrà occupare il nuovo leader, che tanto la California, l’Oregon, New York e il Massachussetts non sono a rischio, i democratici li vincerebbero persino se ripresentassero Clinton.

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