Condanna di secondo grado per i medici e gli infermieri di Vallo della Lucania, imputati per la morte del maestro elementare  Francesco Mastrogiovanni, morto a 58 anni dopo un ricovero forzato, nel 2009. Ci sono voluti sette anni, ma ora si comincia a delineare la verità su questo inaccettabile caso di malasanità. Gli undici infermieri, assolti in primo grado, sono stati condannati, ciascuno di loro ad un anno e tre mesi di reclusione, pena che però è stata sospesa. Sconto di pena invece per i medici condannati dal tribunale in quanto sono state riconosciute le attenuanti generiche. Per loro l’accusa è di falso in atto pubblico. Il caso di Mastrogiovanni, maestro elementare di Castelnuovo Cilento, è stato raccontato in modo coraggioso, in 87 ore , film di fortissima denuncia della regista Costanza Quatriglio.

87 ore è anche un lavoro bello e struggente perché la regista, con sensibilità e pudore, cerca di ridare una voce a quella solitaria persona che il 31 luglio 2009 è stato portato via in ambulanza per un Tso e poi, benché fosse calmo, è stato sedato e legato al letto, fino alla morte, avvenuta il 4 agosto dopo quattro giorni di agonia.

Il film è stato presentato al Senato da Luigi Manconi, presidente dell’associazione A buon diritto, sperando che possa accendere i riflettori su questo caso e sul processo. Il 28 dicembre 2015 il film, che ha il patrocinio di Amnesty International Italia, è andato in onda su Rai3.  Riproponiamo qui l’intervista alla regista.

«Devo a Manconi, che aveva apprezzato i miei film precedenti, la prima idea di fare questo film. Con Valentina Calderone mi hanno segnalato le immagini della video sorveglianza, che erano state diffuse sul sito de L’Espresso». Quelle immagini che erano di dominio pubblico ma, anche se senza censure, non raccontavano però la verità più profonda. In quelle crude e agghiaccianti sequenze non c’era il vissuto, non c’era umanità in quella fredda cronaca. Ma proprio da lì, da quel documento, è nato il film. «Abbiamo cominciato a immaginare come avremmo potuto raccontare questa storia. All’inizio nessuno avrebbe pensato che la narrazione si sarebbe potuta reggere su quelle immagini registrate dalla videocamera di una sala di ospedale. Ciò che è avvenuto è stato il frutto di un percorso nato studiando le immagini, la loro durata interna e come vengono percepite. Determinante è stato il corpus di documenti giudiziari e medico-legali. Ho capito che nelle carte avrei trovato la chiave della narrazione. È stato un lavoro di scrittura forse irripetibile, perché basato su immagini preesistenti che però, per certi versi, dovevano essere “rivelate”.

Preparando il film, dalle testimonianze, che idea ti sei fatta di questa persona che prima di questi drammatici fatti non conoscevi?

All’inizio avevo solo quelle immagini che mostravano una persona ridotta a figurina bidimensionale. Ho dovuto fare un grosso sforzo per capire come fosse Mastrogiovanni. C’era molto pudore e molta tenerezza nei suoi confronti da parte dei familiari e degli amici. Attraverso quello che intuivo mi sono fatta l’idea di un uomo di grande dolcezza, un po’ all’antica, che aveva valori, per così dire, assoluti, quasi ancora adolescenziali. Forse con un po’ di romanticismo me lo immagino come un perfetto maestro elementare. Una figura che ti accompagna, ti fa giocare, ti fa riflettere. Certamente è stato un uomo di grandi ideali che è stato bastonato dalla vita.

Aveva già avuto prima di questo episodio altri ricoveri?

Sì. Mentre si avvicinava all’ambulanza, ha detto: “non mi portate a Vallo, che lì mi ammazzano”. Questa sua frase fa scattare miliardi di domande. Tra il 2002 e il 2005 Mastrogiovanni era stato soggetto ad altri tre trattamenti sanitari obbligatori (Tso). Viene da pensare che avesse già visto o vissuto situazioni degradanti e disumane come quelle che poi ha subito nel 2009. Altrimenti non si spiega quella frase. La cosa terribile, però, è che oggi non abbiamo una risposta certa.

Mentre il processo sta andando avanti 87 ore avanza domande importanti, che cosa ti aspetti?

Spero che scaturisca una riflessione pubblica, che si possa tornare a discutere dell’uso della contenzione, perché attualmente non c’è una legge univoca. Esistono dei regolamenti e c’è una disposizione dei primi del Novecento, peraltro oggetto di controversie dal punto di vista della dottrina giuridica. Ma non spetta a me parlarne, ma a chi è competente. Io mi limito a rilevare che in questa storia ci sono due questioni distinte: il Tso e la contenzione meccanica, ma davvero questo deve affrontato da chi è titolato a farlo. Io mi sento di dire che se la nipote di Mastrogiovanni, Grazia Serra, avesse avuto la consapevolezza del proprio diritto nell’oltrepassare quella porta dal vetro oscurato, forse sarebbe ancora vivo. Questo film apre uno squarcio sulla nostra responsabilità individuale. Come cittadini dovremmo vigilare sui nostri stessi diritti. E sui nostri stessi obblighi, che sono altrettanto dirimenti, perché c’è l’obbligo di attenzione verso l’essere umano, l’obbligo di cura, quello che è mancato a Mastrogiovanni.

Vedendo questo film forte, toccante, che toglie il respiro, nella testa rimbomba una domanda: perché in quel reparto psichiatrico lo hanno lasciato morire?

Non ci sono risposte logiche e razionali. Ho trovato una risposta in quel modo di guardare quel corpo attraverso le videocamere dell’ospedale. Quell’occhio lo osserva in modo procedurale, meccanico. Nel momento in cui ho capito che la risposta per me da cineasta stava in quello sguardo, ho capito che era giusto fare il film.

Mastrogiovanni era guardato a vista ma non curato…

Qui tutto è delegato alla meccanica, non c’è rapporto umano. Tutto diventa freddo, distante, disumano. In quello sguardo reificante c’è la causa dell’accaduto. Questa è la risposta che mi sono data. Altrimenti è il mondo dell’insensatezza. Non mi sento neanche di attribuire a quel comportamento da parte del personale intenzioni cospiratorie. Davvero sono convinta che quel modo di guardare abbia determinato la fine di Mastrogiovanni. Era visto come una cosa, un corpo, privato di ogni dignità. Non solo chi guarda attraverso il video ma anche tutti gli altri in quella stanza sono come dei robot che si muovono meccanicamente accanto ad un mero corpo.

La sensazione che si ha è che Mastrogiovanni sia stato annullato come persona.

Sì sono d’accordo, esiste solo il corpo di Mastrogiovanni, la persona non esiste per chi lavora là attorno. E per chi poi pulisce e sistema la stanza come se lui non fosse mai stato là. Il massimo della visibilità attraverso le telecamere corrisponde qui al massimo della invisibilità. L’uso del video in 87 ore serve a questo, come spettatore ti mette in una posizione insopportabile, ti costringe ad assumere qual punto di vista meccanico, disumano e disumanizzante e poi a poco a poco cominci a renderti conto di tutto questo. In questo contesto la persona Matrogiovanni può essere solo evocata in quel prologo iniziale in cui le voci, in sua assenza, davanti alla mare, ci fanno intuire la sua realtà di uomo.

E nelle parole della canzone finale, quasi un controcanto poetico alla crudezza della immagini. Come avete lavorato sulla partitura realizzata con Marco Messina, 99 Posse, Sacha Ricci?

Anche cercando di rendere la drammaticità della situazione attraverso suoni d’ambiente che arrivano all’orecchio in modo ovattato, come da lontano. Come potrebbero essere percepiti da chi è lungamente in apnea, da chi sta annegando. L’acqua è un elemento importante del film, come metafora di un elemento generatore, ma anche in tutta la molteplicità dei significati anche letterari che può assumere il tema della morte per acqua.

“Io stavo male e mi hanno ucciso” dice una voce furi campo nel film. Eliminare la persona, invece della malattia, questo lo facevano i nazisti. Il caso di Mastrogiovanni ci mette davanti a un drammatico fallimento della cura?

È il fallimento dell’umano, mi sento di dire così. In tutto il percorso ad ostacoli per realizzare questo film ho ragionato in termini umano-disumano, più che in termini di rapporto medico-paziente, perché di fatto siamo davanti a una situazione paradossale, lui entra in un luogo di cura delle malattie psichiche e ne esce morto. Cinque giorni dopo.

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