Enfin!“. Finalmente! Così molti giornali hanno accolto la notizia. Emmanuel Macron sarà il candidato indipendente alla presidenza della Francia. Dopo mesi di annunci – dal 30 di agosto, dopo le sue dimissioni da ministro di Economia del governo Valls non si è più smesso di parlarne – lo ha annunciato da Bobigny, il capoluogo del dipartimento della Senna-Saint-Denis nella regione dell’Île-de-France: «Il mio obiettivo non è quello di riunire la destra o la sinistra, ma di riunire i francesi», ha detto. «Il sistema ha smesso di proteggere coloro che doveva proteggere. La politica vive ormai per se stessa ed è più preoccupata della propria sopravvivenza che non degli interessi del Paese». In un discorso di venti minuti si è scagliato contro «i blocchi» che paralizzano la Francia spiegando così la scelta di correre come indipendente, fuori da ogni partito tradizionale e con il suo movimento, En Marche!.

Nato nel Nord della Francia, in quel di Amiens, capoluogo dell’antica Piccardia, il 21 dicembre del 1977, Emmanuel Jean-Michel Frédéric Macron è figlio del medico e docente di Neurologia Jean-Michel e di Françoise Noguès, medico anche lei. Per dieci anni studia pianoforte al Conservatorio di Amiens e pratica anche la boxe francese e il calcio. Inizia i suoi studi in un liceo privato cattolico di Amiens e li prosegue a Parigi, poi va a formarsi all’École nationale d’administration di Strasburgo (scuola di formazione dell’alta funzione pubblica francese), lavora come dirigente per il ministero dell’Economia e nella divisione francese della banca Rothschild.
La politica? È alla nonna che deve il suo impegno a sinistra, dice Emmanuel. Che muove i primi passi nel Movimento dei Cittadini (Mcd) di Jean-Pierre Chevènement, noto in Francia come “le Che“. Ed è lui che vota nel 2002. Poi, nel 2006 si iscrive al Partito socialista francese (fino al 2015), qui incontra François Hollande e ne diventa consigliere nel 2010. Alle presidenziali del 2007 sostiene l’alleanza tra Ségolène Royal e François Bayrou. Ma è a François Hollande che è legato, tanto che qualche giornale non stenta a definirlo «une sorte de second fils pour Hollande». E nel 2014 arriva il suo momento. Con la crisi di governo dovuta alle divergenze in temi economici tra i ministri socialisti moderati e quelli più di sinistra. È in quei giorni che Hollande nomina un nuovo governo, confermando Manuel Valls alla carica di primo ministro ma sostituendo Arnaud Montebourg proprio con Macron che viene nominato ministro dell’Economia, dell’Industria e del Digitale. Finché un martedì di agosto di due anni dopo, il 30 del 2016, decide di dimettersi e comincia a pensare alla presidenza del Paese, per «trasformare la Francia», dice.

Prima che corrano improprie analogie con Podemos, è il caso di dare un’occhiata al curriculum politico di Macron, noto come «il più liberale della squadra di governo». Trentotto anni, ambizioso, popolare. Ha una buona parlantina e dita abili al pianoforte, qualcuno lo chiama il “Mozart dell’Eliseo”. Da ministro dell’Economia si è fatto conoscere, in particolare, per la sua proposta di legge sulle liberalizzazioni e la legge che proponeva di mettere fine alla settimana lavorativa di 35 ore in Francia. Proposta poi ridimensionata, dopo innumerevoli e inenarrabili polemiche. Macron apprezza le riforme di mercato e, insieme, parla di unità sociale. Ancora da ministro ha incoraggiato Hollande ad accantonare la super-tassa del 75 per cento sui ricchi, che – ha detto – avrebbe trasformato la Francia in una «Cuba senza il sole».

La campagna elettorale per le Presidenziali 2017 in Francia comincia, pian piano, a entrare nel vivo. Intanto, Nicolas Sarkozy si butta a destra e prova a fare concorrenza alla lanciatissima candidata di estrema destra Marine Le Pen. E il presidente Hollande arranca nei sondaggi e combatte con l’ala sinistra dei socialisti francesi, in testa l’ex ministro dell’Industria Arnaud Montebourg. È in questo preciso momento che arriva Macron a proporre le changement, che potrebbe fare “l’asso piglia tutto” del malcontento francese. Proporre il cambiamento ai francesi è una mossa impervia e una campagna elettorale per la presidenza della Francia costa fino a 22 milioni di euro. Ma a Macron, su questo son tutti d’accordo, l’ambizione non è mai mancata.

Commenti

commenti