Dopo la condanna definitiva dell’ex direttore Massimo M. De Caro e dei suoi complici per il saccheggio della Biblioteca Girolamini, il 14 febbraio Marcello Dell’Utri dovrà presentarsi in aula. Secondo l’accusa, l’ex senatore di Forza Italia sapeva da dove provenivano i libri che De Caro gli consegnava e con lui si sarebbe accordato su quali volumi trafugare. L’inchiesta è nata come filone secondario del filone principale, che ha portato in carcere l’ex direttore della Biblioteca di Vico, da cui sono stati rubati migliaia di libri antichi e preziosi. Una parte del bottino è stato nel frattempo ritrovato, ma molti volumi risultano danneggiati, sono state strappate le etichette e tutto ciò che poteva rendere chiara la provenienza dei volumi. Inoltre sono stati distrutti i registri e i cartelli che avrebbero permesso di ricostruire la originaria collocazione dei libri. Dopo l’assalto alla biblioteca operato da chi aveva l’incarico di dirigerla e preservarla purtroppo l’antica biblioteca napoletana non potrà mai tornare come era. Anche perché all’appello mancano libri preziosi come l’edizione dell’Utopia di Tommaso Moro che fu consegnata a Dell’Utri. Introvabili, fin qui, anche preziose rilegature quattrocentesche. Questo filone dell’inchiesta in cui è coinvolto anche Dell’Utri è partito analizzando le caratteristiche della biblioteca dei Girolamini, di particolare interesse per gli studiosi vichiani, e intercettando alcune conversazioni telefoniche che hanno chiarito la rete di rapporti fra Dell’Utri e De Caro, del quale che l’ex senatore aveva sostenuto la carriera, prima al ministero all’Agricoltura e poi ai Beni culturali, all’epoca in cui era ministro Ornaghi. Dell’Utri, che si trova nel carcere di Rebibbia in attesa che il Tribunale di Sorveglianza valuti la compatibilità del suo stato di salute con il regime carcerario, non è stato ancora interrogato. In passato ha sempre sostenuto di ignorare la provenienza dei volumi ricevuti da De Caro perché non vi erano segni distintivi della biblioteca e a ottobre 2012 presentò agli inquirenti una memoria con l’elenco di tutti i libri antichi avuti dall’ex direttore dei Girolamini consentendo il sequestro in via Senato di volumi antichi. Secondo i pm «non è ipotizzabile che il senatore, esperto collezionista di libri antichi, abbia potuto non avere contezza della provenienza dei preziosi volumi a lui consegnati da De Caro».

La storia del sacco della Girolamini
Lo scempio della biblioteca dei Girolamini di Napoli c è stato fermato nel 2012 grazie alla denuncia di Maria Rosaria Berardi, suo fratello Piergianni e Bruno Caracciolo, bibliotecari per altro con un contratto a tempo determinato. Permisero così di mettere in luce i traffici del direttore della biblioteca, con la silenziosa complicità del conservatore  padre Sandro Marsano. Secondo la relazione di Cantone, resa nota nel marzo del 2013, «la biblioteca tra il giugno del 2011 e l’aprile del 2012 ha subito sistematiche spoliazioni con alcune assolute rarità» in seguito «individuate all’interno di case d’asta internazionali e librerie antiquarie in Germania e nel Regno Unito». Il flusso continuo di libri, si stima almeno 1500, è stato bloccato il 18 aprile del 2012 quando finalmente la biblioteca, che prima della spoliazione conteneva circa 160mila volumi e che fa parte del complesso della chiesa dei Girolamini, venne sottoposta a sequestro giudiziario in seguito all’avvio di un’inchiesta della procura di Napoli. Era accaduto che alcune settimane prima, il 25 marzo del 2012, lo storico dell’arte Tomaso Montanari (come lui stesso ha raccontato nel libro Le pietre e il popolo edito da Minimum Fax)  aveva ricevuto una email «allarmatissima» da Filippo Maria Pontani, un suo amico e collega che insegna filologia classica all’Università di Venezia. Pontani disse a Montanari che era appena stato alla biblioteca per studiare un prezioso codice del Quattrocento ma non era questo il motivo per cui gli scriveva. Quello che lo aveva messo in agitazione era lo stato di quasi completo abbandono delle sale, interi scaffali vuoti e altri quasi del tutto, ma soprattutto il fatto che i fratelli Berardi gli avevano confidato, «disperati, che il nuovo direttore De Caro stava sistematicamente saccheggiando ciò che avrebbe dovuto custodire».

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