«Estamos contigo». Siamo con te. All’indomani delle annunciate politiche anti immigrazione di Donald Trump, il governo messicano predispone una sorta di “piano di emergenza” per assistere i cittadini messicani residenti negli Stati Uniti. Il 16 novembre, una settimana dopo l’elezione del magnate newyorkese, sul sito ufficiale della Ministero per gli Affari Esteri del governo è apparso il comunicato n. 524: «Con il proposito che i messicani che vivono negli Stati Uniti possano contare su informazioni e orientamento opportuni da parte del governo della Repubblica, ed evitare che siano vittime di abusi e frodi, il ministero degli Affari esteri adotterà undici misure, attraverso la sua Ambasciata e i 50 consolati negli Usa».

Chi sono i messicani negli States. Il testo non fa esplicita menzione di Trump, né della sua politica anti immigrazione annunciata con la costruzione del muro alla frontiera con il Messico promessa in campagna elettorale e poi confermata – anche se ridimensionata – dopo la sua elezione. Il confine tra il Messico e gli Stati Uniti d’America corre lungo 3mila chilometri, penetrando sei Stati messicani e quattro Usa. È uno dei confini più attraversati del mondo, con circa 250 milioni di transitanti ogni anno. Tra loro, prevalentemente, troviamo proprio i messicani: i braceros, immigrati spesso temporanei, con regolare contratto di lavoro ammessi legalmente nel territorio Usa; i “tarjetas verdes”, i trasmigranti con la “green card” residenti in Messico ma autorizzati a lavorare negli Usa; gli immigrati legali, con regolare visto d’ingresso e quelli illegali, sprovvisti di documenti. Tra gli illegali, spesso, i braceros che non rientrano nelle “quote” statunitensi dei lavoratori “necessari” e che rientrano clandestinamente.

Una barriera c’è già, il Muro di Tijuana. Trump non è certo il primo a porre la questione dell’immigrazione messicana come un problema di criminalità e traffico di droga. Già negli anni 70 lungo quei chilometri, c’è una barriera. «Odio vedere del filo spinato, ovunque sia», disse l’allora First Lady Pat Nixon quando, in visita al confine tra California e Messico, vide la barriera protettiva a cavallo tra San Diego e Tijuana. Era il 1971. Negli anni quel filo spinato è aumentato, si è raddoppiato, è diventato un muro, poi due muraglie. Negli anni 90 è divenuto un muro d’acciaio lungo oltren30 chilometri, il “Muro di Tijuana” che delinea la frontiera regolamentata da parte Usa con l’Immigration Reform and Control Act (anche detta legge Simpson-Rodino). Eppure, le decine di migliaia di guardie di frontiera (i “border patrol agents”) non hanno impedito, tra il 1990 e il 2007, al numero di irregolari che la attraversano di triplicarsi. Quello che aumenta, in verità, è anche il tasso di mortalità, dovuto alla dispersione nelle desertiche zone rurali.

Le reazioni politiche dal Messico. «I nostri compatrioti non sono né saranno soli», aveva già annunciato – il giorno prima che il comunicato venisse diffuso – il ministro degli esteri messicano, Claudia Ruiz Massieu: «Compatrioti, questi sono momenti di incertezza. State calmi, non cadete nelle provocazioni e non fatevi ingannare», si è poi rivolta ai connazionali che vivono negli Usa. E il presidente messicano Enrique Peña Nieto ha colto l’occasione per ricordare ai vicini americani che «Il nuovo capitolo che si apre nelle relazioni Messico-Usa genera una costante insicurezza, ma il governo della Repubblica proseguirà facendo del dialogo la via per trovare convergenze». Insomma il Messico imrponta le sue relazioni con gli States di Trump sul pragmatismo, la difesa della sovranità nazionale e la protezione dei cittadini.

Le 11 misure immediate del governo messicano. Aumento del numero di programmi per realizzare tramite il registro consolare, passaporti e certificati di nascita perché «tutti i messicani abbiano documenti di identità». Verranno estesi gli orari di lavoro presso i consolati, per dare risposte al maggior numero di casi possibile, inoltre sarà rafforzata la presenza di «consolati mobili» per raggiungere più persone. E una linea telefonica con numero gratuito dagli Stati Uniti al Messico (l’185 54 63 63 95), disponibile 24 ore su 24, per richieste di aiuto e segnalazione di incidenti. Queste alcune delle cosiddette misure immediate, oltre alla diffusione di materiale con informazioni e i contatti dei consolati. Oltre a questi provvedimenti, poi, il governo ha lanciato un appello ai messicani residenti negli Usa affinché evitino «situazioni di conflitto» e «azioni che possano incorrere in sanzioni amministrative o penali».

Poi c’è il piano della banca centrale, che sta usando tutti gli strumenti possibili per fermare la discesa del peso: la moneta messicana non ha reagito bene all’elezione di Trump, Ma questa è un’altra storia.

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