La presidenza Donald Trump ricalcherà i temi classici del Partito repubblicano nell’era post-reaganiana e nello stesso tempo proporrà molto probabilmente alcuni caratteri suoi propri, specificatamente populisti. Negli Stati Uniti la parola “populismo” ha generalmente avuto una valenza positiva, come di un movimento di democratizzazione della politica che non ha mai tracimato in mutamenti di regime e nemmeno in cambiamenti della Costituzione, della cui rigidità gli Americani devono andare più che fieri, soprattutto in tempi come questi.
Circa i temi del Partito repubblicano (ora al governo, arrivati alla Casa Bianca dominando però anche il Congresso), questi sono da un lato ancorati a un liberismo dogmatico, dall’altro all’idea che l’origine dei mali stia essenzialmente nel governo e nella politica, non nella società civile e nell’economia. La ragione di questa credenza è che solo nella politica le decisioni sono coercitive in maniera diretta a causa del potere sovrano dello Stato; non così nella società che nessun essere umano, e nessuna classe o anche multinazionale, ha il potere di uniformare alle proprie volontà. Insomma, dagli individui ci si può aspettare l’immoralità e l’illegalità, mentre gli Stati possono fare molto male perché la loro volontà è imposta con la forza della legge alla quale non si sfugge. Rendere i governi minimi è l’obiettivo, dunque. Ed è un obiettivo che negli Stati Uniti veste i panni populisti. I “molti”, ovvero i cittadini ordinari, sono qui i depositari dei valori della Nazione, mentre le élite politiche sono i parassiti che debilitano, tassano, impongono politiche dirigistiche: il bene sta con i primi, non con le seconde.
Il liberismo è una visione della politica e della società che qualifica il popolo americano e in questo senso la spina dorsale del suo populismo – qui sta il mito del “voler far da soli”, e della libertà come libertà dal giogo delle leggi.

Questa ideologia ha circolato moltissimo negli ultimi decenni, ha vinto con Reagan e con il secondo Bush, ma non ha mancato di marcare anche alcuni aspetti della politica di Clinton e di Obama. Il mito americano riceve linfa dal liberismo, dunque, e in questo senso è trasversale ai due partiti e alle loro ideologie.

Che cosa ha portato di nuovo Trump rispetto a questo quadro? L’affermazione dell’ideologia americana e liberista ha raggiunto con la campagna elettorale di Trump livelli parossistici. Infatti nella sua campagna i temi liberisti e americanisti classici si sono combinati ad altri “miti” o meglio “dogmi” o “pregiudizi”: prima di tutto, quello dei valori protestanti come parti di un’etica che ha plasmato il carattere della società americana e poi quello della superiorità della “razza bianca” che coincide molto esplicitamente con il ceppo nazionale anglo-americano di valori e cultura. Nel caso di Trump, infine, questi “pregiudizi” o “dogmi” si sono combinati con altri grappoli di “pregiudizi” e “dogmi” che si sono gonfiati a partire dalla stagione dei diritti civili, e per reazione contro questi ultimi: intolleranza per i diversi (nella cultura, nei gusti sessuali, nella religione) e per tutti gli essere umani che non rientrano nel “tipo” anglo-americano nazionale: Trump ha deriso, sbeffeggiato, insultato handicappati, obesi, donne anziane, donne non belle, tutti i “latinos” (ovvero i meticci di spagnoli e indios), e poi i musulmani; tutti coloro che in qualche modo “contaminano” la razza anglo-americana.
Sono convinta, come ho dichiarato in una recente intervista rilasciata a Linkiesta, che Trump sarà un Presidente “normale” nel senso che rientrerà nella norma della politica istituzionale americana: non cambierà la Costituzione. Il suo populismo non tenderà a mutare la Costituzione americana, la quale metabolizzerà anche questo Presidente. Tuttavia la retorica di Trump, il suo linguaggio e la sua politica incideranno senza dubbio nella vita politica ordinaria della società americana. Non principalmente per le politiche economiche e sociali: i vincoli dell’economica e della finanza impongono al governo americano di contenere il debito e quindi di non adottare politiche radicali di tagli delle tasse (Trump stesso, dopo aver tuonato contro la Obamacare – la riforma sanitaria che estende a tutti la copertura assicurativa sulla salute – pare che la modificherà ma non abolirà). L’incidenza di Trump sarà maggiore – e per ora imprevedibile negli esiti – fuori del governo: un assaggio di quel che potrebbe essere il tenore della vita civile e delle relazioni tra le classi, le culture e le persone lo si è visto in questi giorni dopo le elezioni, con le manifestazioni e anche le violenze che si sono succedute in tutte le città medio-grandi per marcare il rifiuto di riconoscere Trump come Presidente.

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