«Nawfal ha solo 8 anni ed è fuggito dalla Siria con la madre e i fratelli. Suo padre è stato ucciso. Come milioni di piccoli rifugiati, Nawfal non va a scuola. Quale futuro potrà avere?». Mettiamocelo in testa. Solo con l’istruzione un bambino rifugiato ricomincia a scrivere la sua vita, questa la campagna lanciata oggi da Unhcr, l’Agenzia per i rifugiati dell’Onu, e alla quale si può aderire fino all’11 dicembre.

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Sono 3 milioni e 700mila bambini che, fuggiti dalle proprie case, non possono tornare a scuola. E chissà per quanto ancora non potranno tornare a una vita normale. Nei campi di accoglienza si pensa naturalmente a garantirgli beni di prima necessità e protezione. In situazioni di guerra, l’istruzione non è certo il primo pensiero. Ma gli strumenti con i quali costruirsi un futuro, quelli chi glieli fornisce?

Come spiega l’Unhcr, «solo il 50 per cento dei bambini rifugiati accede all’istruzione primaria, contro il 90 per cento della media globale. E quando questi bambini crescono, il divario diventa un baratro: solo il 22 per cento degli adolescenti rifugiati frequenta la scuola secondaria e solo l’1% va all’università, a fronte di una media globale rispettivamente dell’84% e del 34%».

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Così, l’agenzia umanitaria si è posta l’obiettivo di far tornare a scuola un milione di bambini rifugiati, provenienti da 12 Paesi diversi, dalla Siria al Kenya, formando insegnanti e costruendo scuole dove non ci sono. Senza l’istruzione, ogni bambino è esposto alla violenza, allo sfruttamento, all’abuso. Non solo, la scuola dà strumenti per affrontare il presente, il trauma e i danni che la guerra creano a livello psicologico e personale. La campagna sostiene il programma Onu “Educate a child”, avviato nel 2012, che ha già riportato frai banchi 570.000 bambini. Come Muba, Bush e Rehabnel campo di Ajuong Thok in sud Sudan o Anas e Zoera, che vivono nel campo rifugiati di Djabal in Ciad

 

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