Provate a cercare sul Web “Soros-proteste-Trump” e troverete centinaia di risultati. Alcui ospitati da siti importanti come Linkiesta e Huffington Post, alcuni molto di parte come beppegrillo.it e poi decine e decine di blog, siti di destra, populisti o di sinistra (Contropiano, che si definisce giornale comunista). Il succo del contenuto che troverete è: il miliardario ungherese-americano ha pagato e sta pagando per fomentare le proteste anti-Trump.

Nei giorni scorsi avevamo smontato il tutto spiegando con una serie di fatti e notizie come quegli articoli dai titoli pensati per acchiappare click degli amanti dei complotti non potessero che essere false e come le insinuazioni contenute negli articoli contenuti nei siti più “credibili” mettessero assieme cose vere in cui non c’era nulla di sospetto a balle e sciocchezze per alimentare voci e cercare click.

In questi giorni sia il New York Times che il Washington Post hanno pubblicato ricostruzioni e racconti sulla nascita delle notizie false e di come queste diventino virali grazie ai social network.

Il giornale di New York ad esempio rilancia la vicenda di un tweet di una persona di Austin Texas che mostrava dei pullman che passavano in strada e che lui, dopo aver verificato se in città ci fossero convention o fiere di qualche tipo, aveva stabilito essere autobus di manifestanti anti Trump pagati. Erick Tucker twittava a foto che veniva rilanciata 16mila volte. Il tweet cominciava a girare sui siti della destra e su quei siti che promettono “verità che i mass media non vi raccontano”. Boom. La non notizia viene condivisa 3mila volte dalla pagina Facebook di Right Wing News. Ed è solo un esempio. Ora, per dare un’idea, quando una cosa su una pagina viene condivisa circa 500 volte le persone che la vedono sono circa 200mila. Moltiplicate per sei e poi pensate che quello di Right Wing News è solo un esempio su centinaia.
Dopo qualche giorno Tucker cancella il tweet (si è scoperto che gli autobus erano quelli di una compagnia tecnologica che organizzava un raduno dei dipendenti) e ne posta uno nuovo con la foto e la scritta: Falso. Sedici retweet invece di sedicimila.

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Questo è un modo in cui nascono le notizie false. L’altro è quello scientifico: il Washington Post racconta di questi due ragazzi che da camerieri di ristorante hanno cominciato con un sito pieno di titoli falsi, con titoli roboanti sulla politica americana: “Clinton sta per finire in carcere”, “Le proteste pagate da Soros” o anche riprendere vecchi titoli su Soros o su Clinton e Obama, impastarli di nuovo e scrivere sotto al post di Facebook (condividi se ami Donald Trump). I due, grazie a questo metodo, stanno facendo centinaia di migliaia di dollari grazie alla pubblicità sul sito. E non importa se nelle cose che scrivono ci sia nulla di vero: ormai ci piace più consumare false news che confortino le nostre convinzioni che non capire cosa succede. C’è chi usa lo strumento per generare consenso politico – ogni riferimento alla politica italiana è corretto – chi ci crede come nel caso del tweet degli autobus e chi decide di produrre notizie false come strumento per guadagnare in maniera scientifica. Buzzfeed news ha individuato una cittadina della Macedonia dove sono nati 140 siti di notizie di politica americana con pagine Facebook da centinaia di migliaia di followers. False. Un esempio è la solita fine di Hillary in prigione: 140mila condivisioni. Molti soldi in Macedonia grazie ad AdSense di Google e l’equivalente meccanismo di Facebook.
Questo è quanto. Si tratta di un fenomeno pericoloso, inquietante e di un pericolo per la democrazia. È un tema enorme: i media sono uno dei cani da guardia del funzionamento dei sistemi democratici e se vicono di click generati da bugie, allora abbiamo un problema. Ne abbiamo anche molti altri, certo, ma questo è serio. Tanto più che quegli articoli dai contenuti falsi pubblicati su media più autorevoli sono rimasti dove erano. E naturalmente hanno generato decine di migliaia di click, like e condivisioni. Molte più di quanto questo articolo potrà mai generare.

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