La crescita dei populismi, culminata con la vittoria di Donald Trump, ha trovato l’Europa – e non solo – impreparata. Lasciandola stordita. Certi che una volta passato, il peggio, non possa tornare. Che l’uomo, dalla storia, impari. Ma proprio la Storia insegna che purtroppo, così non è. I populismi imperversano, e con loro, la componente razzista condita di nazionalismo gretto e violento.
Tuttavia, esiste ancora una fascia della popolazione pronta a opporvisi. Con un nazionalismo più pulito, senza frontiere discriminatorie ma a favore di una Repubblica di cui essere orgogliosi e degna di tale etimo.

È il caso della Francia, che in vista delle prossime presidenziali, primavera 2017, si trova ad affrontare la concreta possibilità di una vittoria di Marine Le Pen. Oltre al lei, il panorama francese, con una candidatura sempre più compromessa del presidente Hollande (il Partito socialista terrà le sue primarie a gennaio), si divide fra Francois Fillon, probabile candidato dei repubblicains neogollisti (al 44% dei consensi al primo turno delle primarie di centro destra, il secondo è previsto per il 27 novembre fra lui e Alain Juppé), e il 38enne ex ministro dell’Economia Emmanuel Macron per la sinistra moderata, dato al 38% dai sondaggi. E per l’appunto, lei, la presidente del Front national. Partito che grazie ai successi conseguiti alle europee, al Senato e alle elezioni regionali nel 2015 (dove il Fn ha moltiplicato i suoi eletti) ha la quasi certezza di andare al secondo turno.

E così, in vista di questo “appuntamento con la storia”, la Licra, (Ligue internationale contre le racisme et l’antisémitisme, Lega internazionale contro il razzismo e l’antisemitismo)chiama a raccolta i cittadini con un «appello in difesa della Repubblica e della Francia». Un appello da firmare, condividere, e distribuire, rivolto a tutti quelli che hanno a cuore le sorti del Paese. L’obiettivo, è quello di «risvegliare una maggioranza ampiamente silenziosa, che si oppone e rifiuta il fatalismo e la proliferazione degli estremismi politici e religiosi», e che giace «in uno stato di smarrimento dal quale c’è urgente bisogno che escano».
Partendo dal presupposto che «chi non combatte, ha già perso», l’appello è un invito alla resistenza e, soprattutto, alla mobilitazione.

«Ho meno timore degli estremisti che si esprimono, che non dei repubblicani che tacciono», ha spiegato Alain Jakubowicz, presidente della Licra. «Il montare dei populismi non è una fatalità, e c’è ancora tempo per gli uomini e le donne legati ai valori della Repubblica, di uscire dal loro silenzio». «Per permettere loro di esprimersi, superare la paure e avere la meglio sulla proliferazione dell’odio, io li invito a firmare l’appello», ha esortato. Il claim dell’appello, non poteva che essere Legalitè, Egalitè, Fraternitè – storico motto della Rivoluzione francese (al quale per altro si rifà l’acronimo della nostra testata).

«Mai, dall’inizio della Quinta Repubblica, l’esito di uno scrutinio potrà essere così gravido di conseguenze come in questo caso; così come i valori democratici minacciati dalla convergenza di tre estremismi che si nutrono e rafforzano a vicenda: il razzismo, la xenofobia e l’antisemitismo». Sembra, a leggere l’appello, di essere tornati sui libri universitari: sui testi di Rosa Luxemburg o degli appelli antifascisti degli anni ’30. E questo la dice lunga sulla lontananza delle persone da ciò che realmente si sta muovendo sotto i nostri occhi, da un passato che non ha evidentemente nulla di prescritto. E infatti, scrivono, «sono fenomeni che abbiamo conosciuto e che sappiamo essere storicamente esplosivi e contagiosi».

In effetti, in Francia, è dal 1940 che la destra non è così vicina a prendere il potere: il padre di Marine arrivò a sorpresa al ballottaggio contro Chirac nel 2002, ottenendo il 17% delle preferenze al primo turno. Con Marine alla guida, due anni fa, il Front National arriva al 24%. E benché tutti abbiano comprensibilmente gli occhi puntati sull’Eliseo, «l’entrata di rappresentanti dell’estrema destra nell’Assemblea nazionale non comporta un rischio meno rilevante». Perché, a prescindere da quale sarà l’esito delle urne, la destra ha già ottenuto la sua vittoria: che la paura dell’altro sia al centro di ogni discussione e dibattito politico, diventando ago della bilancia di chi aspira a governare il Paese.

Certo non aiutano l’ala terrorista dell’islam, che con i suoi attentati incoraggia il Paese alla difensiva e, naturalmente, scatena l’odio; né quella sinistra estrema e complottista, che appoggia l’islam radicale e soprattutto vede nello Stato un nemico razzista e oppressore. Insomma, «la pace civile è minacciata e restare in silenzio significa essere complici».

Che la gente si mobiliti dunque: nelle università, a lavoro, in caffetteria o in fabbrica, dalla stampa, passando per i social network fino alle urne. Che vada a votare, e che si metta in moto con tutti gli strumenti che la democrazia possiede, per difendere i valori della Repubblica.

 

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