La professoressa di francese le aveva chiesto di disegnarsi su una maglietta bianca e poi di descriversi. Sofia con un tratto nero ha disegnato il suo volto e sotto ha scritto “Je suis joviale”. Io sono “espansiva, estroversa, allegra…”, non so quale sia la traduzione migliore per il termine joviale ma conosco Sofia. E in effetti avrei detto che è espansiva… ma il fatto che lo abbia scritto lei di se stessa mi ha colpito. A 12 anni si sente joviale. Non male no? Ripenso a questi anni e a ogni singola “sottrazione” di violenza che abbiamo cercato di mettere in atto per la sua vita. Niente religione, niente croci e niente chiese, niente punizioni, niente assenze fisiche e ancor di più mentali… tutto quello che si poteva fare per evitarle carichi di “violenza” normalmente somministrate dalla società come fossero destini inesorabili è stato fatto. In più, qualunque opera potesse renderla joviale è stata intrapresa con grande investimento emotivo: libertà, affetti, musica, natura, viaggi, libri, storie, immagini… E così a 12 anni Sofia si disegna joviale.

Nel dizionario dei sinonimi, il contrario di “gioviale” è «triste, malinconico, serio, serioso, grave». Nulla di male a essere triste o serioso, ci sta. Sarà triste o seriosa per milioni di motivi nella sua vita. Esami, partenze, separazioni, cambiamenti, persino perdite. Difficoltà. La sola cosa che mi auguro, guardando il disegno del suo volto sulla maglietta, è che nessuna violenza la renda “grave”. Perché la violenza non è destino. «Non è un destino ineluttabile», dice Serena Dandini a Tiziana Barillà. E abbiamo l’obbligo di immaginare un mondo che ci voglia joviales. E non subumane, inferiori, contenitrici di vite altrui, mogli, madri, meno.
Ci occupiamo di donne e di violenza contro le donne anche quest’anno come tutti gli anni. Perché? Perché c’è la piazza di #nonunadimeno e perché è importante. Perché è importante? Perché abbiamo l’obbligo anche di realizzarlo quel mondo che ci vuole “espansive, estroverse, allegre…”. Un mondo che sente e vede la potenza di un’uguaglianza, quella delle donne, che è insieme diversità. «L’unica democrazia che conosce il mondo è la violenza contro le donne», dice sempre sarcastica Serena Dandini. Definirla democrazia è dura, ma se ci pensate dai tempi dei tempi (e Viola Brancatella ve lo racconta su questo numero) qualcuno ha deciso che saremmo dovute essere tutte Penelope o il nostro destino avrebbe oscillato tra la pazzia uxoricida di Clitemnestra a quella di Medea. Alla fine poi, siamo finite tutte Maria, lo sapete. Questo è il logos in Occidente, un lungo filo che va da Penelope a Maria e che ci descrive diverse, talvolta, ma mai ugualmente esseri umani. Sempre meno.

Come si costruisce allora un mondo che ci vuole autonome e realizzate? Gioviali, direbbe Sofia. Prova a raccontarvelo Tiziana Barillà: «Cosa accade se l’ostacolo non è “solo” un uomo – padre, marito o compagno – ma un intero sistema fatto di leggi?». Per dirvi che non c’è nessun destino ineluttabile riservato alle donne, semmai oggi ci sono politiche (economiche e sociali) sbagliate. Che azzoppano con violenza (di Stato) percorsi di autonomizzazione e realizzazione delle donne. Frutto di un “brodo culturale primordiale” che continuano a propinarci indisturbati e che non solo non funziona ma è “artefice” di quel mondo violento con le donne. Particolarmente violento con le donne. Serena Dandini conclude dicendo (sempre sarcastica): «L’unica costante che unisce tutto il mondo è la violenza contro le donne».
Allora io penso che nel mondo di Sofia la costante che unirà tutti sarà il rifiuto della violenza contro le donne. Ci vediamo in piazza.

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