«Il 26 novembre a Roma io ci sarò e spero di incontrarvi tutte e tutti per la manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne indetta da #nonunadimeno. Ve lo ricordo in anticipo, così non prendete impegni». Quella di Serena Dandini è una vera e propria chiamata alla partecipazione.

Serena, perché è importante essere in piazza il 26 novembre?
Intanto perché unisce tutte e questa è una cosa fondamentale. Al di là delle sigle, tutte importantissime, è finalmente una manifestazione globale, unitaria. In questo momento il fatto di essere unitarie è molto importante, al di là della manifestazione in sé.

Che non è certo la prima, in cosa è diversa dalle “solite” manifestazioni?
Sì, è come dici tu, ne abbiamo fatte duemila di manifestazioni. E io per le date e le ricorrenze ho un’allergia, sono stufa: l’8 marzo, il 25 novembre… Ma quello che è davvero importante stavolta è il lavoro di preparazione che c’è stato fin qui e l’assemblea del giorno dopo, quella del 27, dove le proposte programmatiche prenderanno forma e verranno presentate alla politica. È uno scatto importantissimo, c’è qualcosa in più, un’elaborazione che verrà poi portata alla luce.

Cos’è la parità di genere?
«La vera parità ci sarà il giorno in cui al potere avremo tante donne cretine quanti uomini cretini» (ride). Non è mia, ma di Simone Veil. Invece noi dobbiamo essere “super perfette”, l’unico modo per accedere a qualcosa è quello di essere iperpreparate, iperlaureate, iperperfette insomma. Ecco, io rivendico anche i difetti delle donne.

Non portate bandiere di partito o sindacato, si è detto. Ma questa volta dietro la richiesta c’è una maggiore consapevolezza del fatto che la politica e il sindacato sono parte attiva nella discriminazione di genere. Con leggi come il Jobs act o politiche che cristallizzano, o alimentano, le disuguaglianze, ti pare?
Tante volte siamo state strumentalizzate dalla politica. Sai, ci si cavalca facile… “le donne, pensiamo alle donne, gne gne” (fa il verso, ndr). Perciò mi sembra importante non lasciarci strumentalizzare per l’ennesima volta. Ci sono azioni importanti da compiere e le chiacchiere stanno a zero. Questo destino di violenza non è ineluttabile, nei Paesi in cui si portano avanti politiche virtuose le cose cambiano. Ecco, dovremmo ripetere spesso questa frase: si può cambiare. Non è un effetto collaterale, quasi “naturale”, della nostra società, non è un effetto collaterale della vita di coppia, non è così. E non è ineluttabile.

La questione femminile è una questione politica?
Sì, politica e culturale. Manca una visione globale, bisognerebbe cominciare dalle scuole a colpire questo “brodo colturale primordiale” che alimenta omofobia, razzismo, lo stesso che può culminare con il femminicidio. O si decide di agire nelle scuole con un’educazione al rispetto degli altri, ai sentimenti, all’educazione e all’amore, o non se ne esce.

L’intervista continua su Left in edicola dal 26 novembre

 

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