Collegandovi al sito della Camera, nelle prossime ore, potrete godere di qualche scampolo di dibattito parlamentare sulla legge di Bilancio. Condomini, agricoltura, asili nido, disabili, scuola, pagamenti elettronici. Si parla di tutto, procedendo voce per voce, emendamento per emendamento. È più divertente di quel che si possa credere, anche perché, noterete subito, è tutto un citare il referendum, che è una cosa curiosa, perché con il bilancio la riforma c’entra poco o niente – perché poco o niente è il risparmio che porterà il nuovo Senato, soprattutto in relazione allo sconfinato bilancio generale.

Il disegno di legge di Bilancio, infatti, è al voto della Camera, e verrà approvato con voto di fiducia prima della pausa dei lavori parlamentari che scatta lunedì proprio per via del referendum costituzionale del 4 dicembre. Che si prende così la scena e compare qua e là negli interventi dei deputati. Con alcuni che notano giustamente (come accade ogni volta, ma come accade ancora di più con una scadenza elettorale imminente) che durante l’esame in commissione Bilancio il testo della manovra si è arricchito di alcune modifiche per accontentare vari settori dell’elettorato. «Il governo sembra interessato solo al dibattito referendario», dice ad esempio Roberto Occhiuto di Forza Italia: «Il governo ci dice che il destino del Paese dipende dal referendum, mentre utilizza la legge di Bilancio, da cui veramente dipende il destino del Paese, solo come veicolo per qualche spot. Nella legge di bilancio non ci sono interventi strutturali, solo mance e bonus utili alla campagna elettorale».

C’è chi cita le pensioni, per esempio, indicando come misura a doppio fine sia l’ampliamento della platea delle lavoratrici che possono accedere attraverso «opzione donna» al pensionamento anticipato – una misura di suo non negativa, anche se non induce alcuna riflessione sul mito dell’innalzamento dell’età pensionabile. E c’è chi cita anche gli esodati, dove sale da 27.700 a 30.700 il numero di chi potrà beneficiare dell’ottava salvaguardia. Molti hanno evidentemente letto il Fatto quotidiano, che ha calcolato «a spanne», in 15 milioni e dispari «gli italiani, e i voti, solleticati dalla manovra finanziaria 2017, ieri licenziata dalla commissione Bilancio della Camera e su cui oggi il governo porrà la questione di fiducia».

«Pochi soldi, strategia chiara: da un lato i soliti favoriti – le imprese, gli amici da ringraziare (Coldiretti) o da conquistare (pensionati) – dall’altro una pioggia di bonus a cascata, rimpinguata dall’ultima tornata di emendamenti approvati ieri: italiani all’estero; Lsu; scuole private; grande stampa; Expo e via così. È entrato di tutto, tranne la web tax sui grandi gruppi digitali o l’Imu alle piattaforme petrolifere (e la cedolare secca per Airbnb)», così scrive il Fatto. «Ecco una sintesi dell’operazione “vendo tutto” del premier per conquistare il voto. Dopo il 4 dicembre, si vedrà quel che davvero resta».

L’accusa non è così pretestuosa. Sulla cedolare secca per Airbnb, ad esempio, fila il discorso di Giovanni Paglia, deputato di Sinistra Italiana: «La tassa su Airbnb», spiega Paglia, «non è stata possibile portarla in fondo per l’atteggiamento del presidente del Consiglio, che per atteggiarsi da quello che non mette nuove tasse ha spacciato per nuova tassa quella che non lo era». Anzi. «La cedolare secca su Airbnb, oltre a far emergere molto nero, era di fatto una riduzione del carico fiscale, perché si diceva a chi avrebbe dovuto dichiarare nella propria aliquota Irpef i guadagni derivati dall’affitto della propria abitazione, o di una stanza, che se la sarebbe cavata con una flat tax del 15 per cento. Renzi invece l’ha cancellata con un tweet al grido “non introdurremo nuove tasse”. Ribalta la verità e lo fa solo per ragioni elettorali».

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