Nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne, la 57/a edizione del Festival dei popoli  si è aperto a Firenze con Un altro me il film che Claudio Casazza ha girato all’interno del carcere di Bollate, il film che ha ricevuto il premio del pubblico il 2 dicembre.

Sergio, Gianni, Giuseppe, Valentino, Enrique sono stati condannati per reati sessuali e una volta usciti potrebbero commettere di nuovo quel reato. E il fatto che più colpisce la maggior parte di loro ne parla lucidamente come di una realtà “normale”,in certo modo costituzionale del proprio essere uomo, pensando la sessualità come fatto ormonale, come scarica, non come rapporto fra due identità diverse.

Guardando il docufilm Un altro me, il solito frasario giornalistico che parla di «raptus», «gelosia»,  «passione che fa impazzire» mostra tutta la sua totale mancanza di aderenza alla verità. Alcuni uomini che qui hanno accettato di parlare e di farsi riprendere, in sedute di gruppo con gli altri detenuti, stimolati da criminologi, psicologi e terapeuti, non ritengono una violenza inserire un trapano “per gioco” nella vagina o cercare di farsi la prima bella ragazza che vede per strada, come se fosse solo una bella carrozzeria, senza minimamente domandarsi chi sia, cosa senta, cosa pensi. Uno di loro ammette che se non entrerà di nuovo in azione una volta fuori dalla prigione sarà solo perché lucidamente pensa: «se non sei un handicappato, se non sei stupido, non vuoi finire di nuovo in galera»,  il che potrebbe anche voler dire diventare più scaltri, più “bravi” reiterare la violenza senza farsi beccare.

Un ragazzo dall’accento straniero, condannato per violenza sessuale, ascoltando la testimonianza di una vittima che ha subito violenza fin da bambina,  con un soffio di voce, profondamente toccato, le chiede scusa per quello che altri le hanno fatto. Ma  quel commosso barlume di consapevolezza  resta un unicum. Le altri intervistati ci mettono davanti alla patologia di uomini che non arrivano  a comprendere a livello emotivo che cosa significa voler dominare l’altra, metterla in condizione di inferiorità,  che non sembrano vedere profondamente quali ferite genera psichicamente e fisicamente.  La maggior parte di loro non si considera un malato di mente, non ha consapevolezza  della propria distruttività della propria violenza. Con totale distacco emotivo, davanti alla macchina da presa registrano di aver commesso un reato  in base alla condanna.  Eppure,  se guardiamo alla proprietà di linguaggio con cui parlano o scrivono, appaiono mediamente istruiti, perfettamente in grado di intendere e volere. La maggior parte di loro non sembra provenire da situazioni sociali di marginalità estrema. Qualcuno ha addirittura strutturato una convinzione che la propria sessualità sia solo un po’ più ardita del normale nell’orchestrare giochi erotici estremi.  La misoginia, una mentalità violenta, l’idea che se il gioco sfugge di mano è colpa della donna provocante, li accomuna tutti quanti.

«Le violenze sessuali rappresentano un problema grave per la nostra società perché genera esiti distruttivi nelle menti e sui corpi delle vittime e delle loro famiglie» dice il ciminologo Paolo Giulini che nelle note che accompagnano il docufilm denuncia: «La pena detentiva per gli autori di reati sessuali si è dimostrata inadeguata e insufficiente come unica forma di tutela e risarcimento nei confronti delle vittime e della società in generale. Il nostro progetto è una sfida tesa a dimostrare che un approccio scientifico e sistematico di riabilitazione è un modo etico ed efficace di proteggere la collettività, ridurre le vittime e prevenire i comportamenti devianti».

La violenza sulle donne non solo agita, ma culturalmente radicata e inconscia, è il tratto più inquietante che emerge da questo film che racconta  il lavoro terapeutico dentro il carcere senza dare giudizi, lasciando che sia lo spettatore a farsi la propria idea, a confrontarsi con quello che vede sullo schermo.  Ed è questo il merito maggiore di questo lavoro che non sottende la solita fondania del “male  oscuro e ancestrale” che sarebbe in ciascuno di noi, né dall’altra parte  parla solo di casi così estremi da far sentire lo spettatore al riparo, dandogli alibi per chiamarsi fuori da una riflessione sulla violenza maschile. Se come dicono i dati Istat almeno tre donne su dieci hanno subito violenza – e parliamo solo dei casi denunciati – significa che il problema culturale è vastissimo. Il fatto che uomo e donna siano uguali in quanto esseri umani, ma allo stesso tempo diversi, culturalmente viene ancora tradotta in termini di superiorità ed inferiorità, viene letta in termini gercarchici. E è su questo nodo culturale resta un lavoro enorme da fare.

Il docufilm, prodotto da GraffitiDoc, è stato presentato venerdì 25 novembre, al cinema La Compagnia di Firenze. In sala ci saranno la senatrice Pd Valeria Fedeli e il criminologo Paolo Giulini, coordinatore dell’Unità di Trattamento Intensificato per autori di reati sessuali della Casa di Reclusione di Bollate a Milano.

La violenza sulle donne è il tema di copertina di Left in edicola dal 26 novembre

 

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