Carla Caiazzo, si è letto ieri sui giornali, ha un sogno: che un giorno si arrivi a una legge che punisca l’”omicidio d’identità”. Lei è una delle tante vittime della violenza maschile: il suo compagno le ha dato fuoco deturpandole il viso, mentre tra l’altro, era incinta di una bambina, figlia del suo aggressore. Ora lui è stato condannato a 18 anni di carcere e lei ha ripreso a vivere. Ha costituito un’associazione che si chiama Io rido ancora, perché, spiega quando lui gli stava dando fuoco gridava “Ora voglio vedere se ridi ancora”. “Omicidio d’identità” Carla lo spiega perché “Il viso è quello che ci consente di riconoscerci e renderci riconoscibili alla società”. Omicidio d’identità però è come se volesse indicare qualcosa di più profondo del volto deturpato. E’ come se significasse cancellazione della identità personale, dell’essere donna, di sentimenti, pensieri, speranze. Tu non vali niente, tu non sei niente. E questo è un fenomeno purtroppo molto frequente, senza che entrino in azione acidi, taniche di benzina, coltelli o pistole. La violenza contro le donne è non solo perpetrata sul corpo, ma anche sulla mente. La storia di Carla segue di poco tempo quella di Lucia Annibali, l’avvocata di Pesaro che fu sfregiata per volere del suo fidanzato, avvocato pure lui. Lucia insieme a Giusi Fasano ha scritto un libro Io ci sono (Bur) che è un viaggio nel dolore  ma anche un messaggio per tutte le donne affinché comprendano che dove c’è violenza non c’è amore. Carla e Lucia sono due donne che si sono ribellate e hanno trovato una loro nuova identità nel reagire alla violenza, anche se è avvenuto dopo essere state aggredite e aver rischiato la vita.

Ma prima di un’aggressione per prevenire la violenza o peggio ancora, il femminicidio cosa si può fare? E’ questo l’interrogativo che “scuote” il 25 novembre, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne indicata dall’Onu nel 1999 tramite la risoluzione 54/34. La data, ricordiamo, voleva ricordare il giorno dell’assassinio avvenuto nel 1960 delle tre sorelle Mirabal che avevano cercato di contrastare il regime di Rafael Leonidas Trujillo, il dittatore che per trent’anni, dal 1930 al 1961, tenne in scacco la repubblica Domenicana. Che cosa fare contro la violenza è anche il filo conduttore della giornata di domani, 26 novembre, con la manifestazione a Roma promossa dalla rete #nonunadimeno e lo stesso filo lo si ritrova nell’assemblea nazionale su otto temi specifici che si terrà alla facoltà di Psicologia domenica 27. L’obiettivo è quello di stilare un piano nazionale femminista contro la violenza. Ce n’è bisogno, perché la convenzione di Istanbul del 2011, voluta dal Consiglio d’Europa e primo atto istituzionale con valore giuridico al mondo su questo tema, in Italia non è ancora applicata nella sua interezza. La Convenzione, che il nostro Paese ha ratificato nel 2013, poi con il varo della legge 119, prevede questi punti essenziali: prevenzione, protezione e sostegno delle vittime, perseguimento dei colpevoli e politiche integrate.

Occorre realizzare finalmente il piano straordinario d’azione contro la violenza di genere. Ci sono stati ritardi e risorse ripartite in maniera inadeguata. La stessa Corte dei Conti nella relazione del settembre 2016 rileva anomalie e lentezza da parte del Dipartimento pari opportunità, così come scarsa collaborazione da parte delle Regioni a cui spetta la competenza dei centri antiviolenza e delle case rifugio. Soltanto il 21 ottobre si è insediato l’Osservatorio che oltre ai ministeri competenti, comprende anche le associazioni che gestiscono i centri antiviolenza. Questi secondo la rete #nonunadimeno sono uno strumento fondamentale per la “fuoriuscita dalla violenza”.

Occorrono centri antiviolenza intesi come “laboratori sociali”. Dei centri e del loro futuro si parlerà in uno dei tavoli tematici durante l’assemblea nazionale del 27. “Non sono solo un mero servizio pubblico neutro, sono luoghi in cui si costruiscono saperi, progettualità, competenze”, si legge nel programma dei lavori. Insomma, i centri antiviolenza come “laboratori sociali”, che non possono essere “istituzionalizzati”, dicono le donne di #nonunadimeno. L’accoglienza se viene standardizzata sulla falsariga dei protocolli in sanità, finirà per respingere le donne che si rivolgono ai centri in un momento delicatissimo della propria vita. Tra l’altro, nel momento più pericoloso, anche per la loro incolumità fisica.

Occorre un cambiamento nelle aule di giustizia. Titti Carrano, avvocata e presidente di Dire, la rete che comprende 77 centri antiviolenza, è convinta della necessità che nei tribunali si debba cambiare linguaggio e anche mentalità: “Occorre una grande formazione da parte di tutti coloro che intervengono nei casi di violenza sulle donne: dai servizi sociali alle forze dell’ordine fino alla magistratura. Adesso accade che alcune leggi vengano applicate in modo diverso a seconda dei tribunali”. Non solo, può accadere che si verifichi il processo di rivittimizzazione della donna. Per cui o viene considerata in qualche modo responsabile oppure nell’affidamento dei figli il padre violento è posto nello stesso piano della madre vittima di violenza. “Ancora non si riconosce la gravità della violenza in famiglia e dei traumi che subiscono i figli”, sottolinea Titti Carrano. In sede civilistica c’è molto da cambiare ma anche nel penale con la mancata applicazione delle misure cautelari e l’inadeguatezza della tutela processuale delle vittime/testimoni.

Occorre un ribaltamento del linguaggio. Il cosiddetto sessismo prolifera nei giornali, nella pubblicità e nei social media. La sociologa Graziella Priulla ha scritto un corposo saggio – C’è differenza, Francoangeli, ristampa 2016 – in cui ripercorre la storia e i fenomeni più vistosi di un gap linguistico e culturale che vede le donne sempre in una situazione di discriminazione rispetto agli uomini. Dagli insulti ai proverbi, le donne sono sempre protagoniste a livello di corpo e di oggetto sessuale, da denigrare, naturalmente. Se poi pensiamo alla storia, alla filosofia e alla cultura, non è esagerato dire che sono 2500 anni che assistiamo al gender gap. Da Aristotele a Sant’Agostino la donna o è un uomo mancato o un essere spregevole. E’ un peso non indifferente che la cosiddetta “altra metà del cielo” si porta dietro.

Occorre una nuova cultura a cominciare dalla scuola. Per questo motivo anche la scuola può essere un momento fondamentale per gettare le basi per una uguaglianza, pur nella diversità, tra donne e uomini. Mentre il Ministero dell’Istruzione ancora non si decide a varare le linee guida sull’educazione sentimentale nelle scuole – il fronte cattolico è in agguato – e mentre la proposta di legge della deputata di Sinistra Italiana Celeste Costantino giace ancora in Commissione, le scuole si organizzano da sole, anche grazie a associazioni che cercano di aprire un varco su questo tema. Una di queste occasioni – il confronto tra studenti, psichiatri e insegnanti sul delicato rapporto tra uomini e donne – è in programma proprio oggi, al cinema Aquila (quartiere Pigneto, Roma). La giornata si intitola Se uccide non è amore (il programma qui) ed è promossa dal Municipio V e da Festarte in collaborazione con Ass. Amore e Psiche, La scuola che verrà, Cooperativa sociale di psicoterapia medica, la rivista scientifica il Sogno della farfalla e da Left. La mattina dunque l’incontro con i ragazzi e le loro domande agli esperti, mentre nel pomeriggio il tentativo è quello di andare alle radici della cultura che produce violenza. Per cercare idee, soluzioni, proposte. Partecipano donne e uomini di associazioni, psichiatri, avvocati, operatrici dei centri antiviolenza. Perché non si arrivi a commettere più un “omicidio d’identità”.

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