«Al fin muere este desperdicio Humano». Il 25 novembre alle 22.29 ora cubana (le 4.29 italiane) è morto Fidel Castro. Nell’annuncio che segue quando nell’isola è appena scoccata la mezzanotte il Partito comunista di Cuba, attraverso le parole del fratello Raul e attuale premier, non lascia spazio a equivoci. Questa volta non è una bufala, il Líder Máximo è morto davvero. Appena tre mesi fa, il 13 agosto, la sua Isola e il mondo intero avevano celebrato i suoi 90 anni.


Terzogenito del benestante gallego Ángel Castro Argiz e Lina Ruz González, cubana figlia di immigrati delle Isole Canarie, Fidel nasce e cresce nella piccola Birán, in provincia di Holguín. Studia a Santiago e apprda all’Avana nel 1941, nell’esclusivo collegio gesuita di Belén.

Quando, nel 1945 Castro si iscrive alla facoltà di Diritto dell’Università dell’Avana, scopre i professori nazionalisti e con essi la convinzione che il destino di Cuba fosse stato deviato dall’intervento degli Stati Uniti del 1898. L’indipendenza sottratta a Cuba va riconquistata, così Fidel aderisce alla lega antimperialista.
«Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni epoca e in ogni circostanza, ma mai, senza lotta, si potrà avere la libertà». All’inizio degli anni 50, il colpo di Stato del generale Fulgencio Batista segna il futuro di Fidel. Castro lo denuncia in tribunale per violazione della costituzione, ma la sua petizione viene rifiutata. La legge non basta. Poco dopo, organizza l’assalto armato alla Moncada, ma è un disastro: più di 80 suoi compagni rimangono uccisi, lui viene fatto prigioniero, processato e condannato a 15 anni di prigione. È il 26 luglio del 1953, durante l’arringa in cui si difende da solo, dice: «La storia mi assolverà» a salvarlo, intanto, è un’amnistia generale nel maggio 1955 e l’esilio in Messico. Dove pianifica la presa di Cuba e incontra un giovane aspirante rivoluzionario, Ernesto Guevara.

Il mondo scopre l’esistenza di Fidel Castro solo nel nel 1959, quando insieme al fratello Raúl, Ernesto Che Guevara e Camilo Cienfuegos, vince il regime del dittatore Fulgencio Batista e proclama la Repubblica di Cuba socialista. La piccola Cuba diventa presto strategica nel mondo diviso dalla Guerra Fredda, e Fidel è al centro dell’attenzione: nemico dei diritti umani, lo chiamano i detrattori. Liberatore dall’imperialismo, i sostenitori. La Cuba di Castro, intanto, punta all’alfabetizzazione nelle aree rurali, la campagna coinvolge 270mila insegnanti e studenti. «Cuba sarà la prima nazione d’America che, nel giro di pochi mesi, sarà in grado di dire di non avere una persona analfabeta», dice Fidel nel 1960 davanti alla platea delle Nazioni Unite. E un anno dopo il tasso di analfabetismo cala dal 20 al 3,9%.

Intanto, quando, il 2 dicembre 1961, fallisce lo sbarco della baia dei Porci, a sud de L’Avana, e con esso il tentativo del governo statunitense di rovesciare con le armi la Rivoluzione cubana, Fidel dichiara la svolta comunista di Cuba e da Comandante en jefe viene “proclamato” Líder Máximo. Quasi mezzo secolo di presidenza costellato da eventi poco chiari, dalla svolta comunista, dall’avvicinamento obbligato con l’Urss, dalla separazione da Ernesto Guevara. Fiumi di inchiostro sono stati sprecati in questi anni per cercare di ricostruire cosa accadde nelle 40 ore in cui Fidel e il Che decisero l’allontanamento di Guevara dall’Isola. Ma quel che resta, in fondo, è la famosa lettera che il comandante Guevara consegnò a Castro e che Castro lesse in pubblico all’Avana.

Fidel presiede per mezzo secolo il governo monocolore dell’Isola. Fino al 18 febbraio 2008, quando annuncia che non avrebbe accettato una nuova elezione alla Presidenza, perché la sua salute è ormai troppo debole. Tre anni dopo lascia anche la carica di primo segretario del Partito Comunista di Cuba e consegna l’isola al fratello Raùl. Oggi se ne va, ma: «Non vi dico addio» aveva detto immaginando che quel momento sarebbe giunto presto «Spero di combattere come un soldato delle idee».

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