Prega, copriti, taci. Cucina, accudisci, taci. Obbedisci, riproduciti, taci. «Onora i martiri suicidi, spingi tuo marito a morire per dio e poi tuo figlio». Non parlare mai, non godere mai. «Non uscire mai da sola senza un uomo che ti accompagni». Non far ascoltare la tua voce. Non mostrare alcuna parte del tuo corpo. Prega ancora. Taci ancora. «La tua vita è di Allah». Sorelle, «la donna è stata creata da Adamo e per Adamo». Tu, madre dei cubs (i cuccioli) del Califfato, tu moglie di un martire. «Se tuo marito torna tardi, ti arrabbi, se esce, ti lamenti, se va in guerra, sei triste. Sorella, ma chi ti ha detto che la jihad era una vita di facili comfort?».

Nei selfie dei loro account sui social network ormai chiusi, anche loro hanno l’indice puntato verso il cielo, come i combattenti uomini. Ma le loro mani sono scure come il resto del corpo, avvolto nella gabbia morbida di stoffa nera della tunica, affogano nei pixel e nel monocolore. Sorella «smettila di adorarti, profumandoti e indossando vestiti colorati». Dalla quantità di stelline e cuoricini che usano nei commenti online, immagini che sorridano, in un purgatorio di facce tutte uguali, imperscrutabili e nascoste sotto il velo che le rende identiche. Solo le frasi scritte sotto le foto sono diverse e dicono più o meno quello che diceva Umm Layth, quella che una volta era Aqsa Mahmood.

Aqsa era bella, era ricca, era inglese. Aveva 20 anni, i libri di Harry Potter e i compiti da fare per la scuola dei figli privilegiati della Glasgow benestante, nel quartiere dove la sua famiglia pakistana era arrivata insieme al padre, giocatore di cricket di successo. Aqsa ha abbandonato rossetto e mascara per volare in Turchia, raggiungere la Siria, chiamare al telefono una famiglia laica e disperata per dire di aver abbracciato la jihad, sposare un combattente straniero e diventare una delle donne più in vista dello Stato islamico. È stata una reclutatrice di internet che ha spinto altre donne a partire, una delle organizzatrici dei bordelli dove erano tenute prigioniere le yazide rapite, uno dei membri capo della brigata delle donne più nere della Stato islamico, le sorelle che si fanno chiamare col nome di una poetessa: Al Khansaa. Ma ormai di Aqsa e del suo “diario di una muhajrah” che scriveva online, quello che l’ha resa una star dei social delle fedeli del Califfo, da più un anno non si ha notizia. Forse è ancora lei o forse è Nada Al Qahtani, la donna che ora gestisce quelle donne che uccidono le altre donne per la legge degli uomini e di dio.

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