Ci siamo. Dopo più di quattro anni di guerra per il controllo di Aleppo, sembra essere giunti al termine. Dopo due settimane di bombardamenti furibondi e senza tregua le truppe di Bashar al Assad, sostenute da aerei russi e con l’appoggio di forze iraniane sul campo, hanno sfondato le linee dei ribelli rimasti ad Aleppo est e preso i quartieri di Sakhur, Haydariya e Sheikh Khodr. «Si tratta della peggiore sconfitta dal 2012, da quando avevano preso il controllo di questa parte della città» ha detto il portavoce dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, che ha sede a Londra. Nelle prossime ore il fronte dei ribelli potrebbe essere tagliato in due, o almeno questo è il tentativo che le truppe governative tenteranno.


 

La situazione ad Aleppo nella mappa del Carter Center (che è interattiva e per tutto il Paese): in rosso le forze di Assad, in verde i ribelli, in giallo i curdi dell’Ypg.Mappa della situazione ad Aleppo


 

Tra sabato e domenica tra le 6 e le 10mila persone hanno lasciato le loro case per raggiungere il distretto di Sheikh Massoud, sotto il controllo curdo, mentre duemila sarebbero giunte nei quartieri in mano ad Assad. I ribelli intanto si stanno raggruppando nella parte nord della città. I morti civili solo nelle ultime ore sarebbero più di 200, ma sotto le macerie ce ne potrebbero essere molti di più. In queste ultime settimane tutti gli ospedali della città sono stati presi di mira e resi inservibili e le bombe a grappolo usate erano probabilmente arricchite con agenti chimici vietati dalle convenzioni internazionali. I due incaricati Onu, quello diplomatico De Mistura e quello per gli aiuti Egeland hanno ricordato come non ci siano margini per nessun cessate-il-fuoco e come i viveri in città siano finiti. Egeland ha fatto sapere di avere conscluso un accordo con i ribelli su come fare arrivare viveri, ma che governo siriano e russi si sono rifiutati di accettare quei termini, scegliendo di lasciare la gente a morire di fame. E costrigendola a fuggire dopo anni in cui è rimasta nelle proprie case nonostante tutto.


Il piano è piuttosto chiaro da diverse settimane: approfittare del voto americano e della fase di transizione per accelerare l’offensiva e occupare più territorio possibile prima dell’inaugurazione di Donald Trump il 20 gennaio. Tra l’altro le posizioni in politica estera del futuro presidente repubblicano e le nomine fatte in materia militare e di politica estera sono tutte favorevoli alla collaborazione con Assad e Putin in funzione anti-Isis. Tutto insomma gira come dovrebbe per Damasco e Mosca e l’amministrazione Obama non sembra avere grandi mezzi da usare nelle poche settimane che gli rimangono per convincere chi sente di avere il vento in poppa- che è tale, comunque la si pensi sulle responsabilità della guerra. Un emissario di Trump ha incontrato nelle scorse settimane una esponente di una opposizione siriana riconosciuta da Mosca con la quale ci sarebbe accordo sulla transizione. Inutile dire che si tratta id un personaggio discutibile e senza seguito e che un accordo con questa opposizione significherebbe la continuazione del conflitto e, ma questo starà già succedendo in queste ore, l’ulteriore radicalizzazione dei ribelli.

L’unico che sembra darsi da fare è John Kerry, che vorrebbe cercare di dare una forma alle trattative diplomatiche e restringerle, per ora, al solo destino di Aleppo. Il Dipartimento di Stato non diffonde molto la cosa, ma il Segretario di Stato sta cercando di trovare una formula per fermare le bombe. Il Washington Post pubblica un dietro le quinte nel quale si spiega che l’intenzione di Kerry è quella di convincere i governi siriano e russo di fermarsi. «La strategia è quella di restringere il focus dei negoziati per coprire solo Aleppo, e di includere nei colloqui anche Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Iran. Favorevoli alla formula sono i membri dell’opposizione siriana che lascerebbero Aleppo orientale in cambio di un lasciapassare. Il regime di Assad e la Russia dovrebbero allora porre fine all’assedio e permettere agli aiuti di passare. Kerry e Lavrov si sono sentiti e continueranno a farlo, ma non si capisce perché Mosca, dopo mesi di lavoro, dovrebbe cedere proprio adesso che la battaglia è quasi vinta. Colpisce, in questa situazione, dopo che Erdogan ha minacciato di far passare i profughi in Europa, il silenzio di tomba dell’Europa e dei suoi governi, che hanno assistito tutti, senza eccezioni, a anni di violazioni dei diritti umani e delle convenzioni internazionali senza muovere un dito.

«Non abbiamo più casa e sono quasi morta». Il tweet di Bana Alabed, bambina di sette anni che twitta da Aleppo e che alcuni sostengono essere un account falso. La polvere sembra vera


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