paragonandolo a Don Quijote, Pepe Mujica ricorda Fidel Castro in tv, poi scrive una lettera struggente per salutare l'amico di tante "interminabili conversazioni in cui si respiravano amore e vittoria. La tristezza è inevitabile"

«Voglio dire una cosa, c’è in Fidel, e con lui in una parte del popolo cubano, una statura di Quijote perché gli è toccato vivere un lungo periodo della sua storia sfidando la prima potenza mondiale. Non è cosa semplice avere coraggio, decisione e capacità di resistenza in questa epoca». Così, paragonandolo a Don Quijote, Pepe Mujica ricorda Fidel Castro poche ore dopo la morte del Lider Maximo, a Telenoche.

Poi, scrive di suo pugno una lettera d’addio. Dove, tra l’accenno veloce a un’intimità e l’ammirazione esplicita, rimprovera a Fidel di averci lasciati “orfani”. Eccola.

Querido Fidel:
appena appresa la notizia, è stato devastante. Non mi riesce di immaginarti, steso sul piccolo letto di legno che si è trasformato nel tuo ultimo rifugio. E sto qui, seduto all’ingresso della fattoria, pensando a cosa dirò al mondo e a come nascondere queste lacrime, anche se alcuni pubblicitari direbbero che sarebbe meglio si vedessero, che è così che si costruiscono le leggende.

Ma le leggende non si possono costruire, tu sei stato una leggenda, forgiata con lo stesso colpo della mitraglia e la bandiera sventolante nell’accampamento, là nella sierra. Non importa che fosse selva o pampa, è lo stesso, la battaglia duole nelle viscere di quella che chiamiamo la nostra terra. Che percorriamo ma che percorre noi stessi.

E penso di aver avuto fortuna, perché ho raggiunto la sedia da vecchio e la faccia da “bonaccione” non mi ha mai lasciato, nonostante la prigionia e la tortura; le critiche verso di me sono state minori, non ho dovuto affrontare il rigore del controllo pubblico al quale tu hai fatto fronte con statura di gigante. Hai dato esempio al mondo. Io non sono stato costretto a combattere tra patrioti e traditori, nessuno mi ha mai bollato come un tiranno. Ma questa fortuna può anche essere intesa in modo differente.

Il mondo che ho affrontato io è quello delle carte di credito e delle vite consumate in una lotta per la quale non c’è guerriglia possibile. Tutti mi ascoltano con attenzione, sorridono, applaudono e continuano a condurre le loro vite vuote con cose che li consumano, nel tempo, ma inevitabilmente. Lasci Cuba che continuerà lì, senza analfabetismo, con il miglior sistema di sanitario pubblico, con la migliore educazione del Continente e io ancora qui, nella battaglia, non per la vita, ma contro l’oblio, assorto in una lotta che non ha alcun senso perché il Sud diventa sempre più Sud ogni giorno, i mostri insistono nell’avanzata e adesso ci attaccano da tutte le parti.

La breve illusione del continente bolivariano torna a svanire, con la scomparsa di Hugo (Chavez, ndr), l’ignominiosa uscita di Dilma (Rousseff, ndr) e Cristina (Kirchner, ndr), il mio confino in uno scranno del Parlamento e lo stato di orfani in cui ci lasci. Presto l’assurdità di un mondo che non impara dalla sua Storia ci divorerà nuovamente.

Le ombre ci perseguitano e per oggi, caro amico, te ne sei andato e non terremo un’altra di quelle interminabili conversazioni in cui si respiravano amore e vittoria, dalle quali uscivo ringiovanito, sentendo che avrei potuto affrontare il più temibile dei gárgolas (grondaia con sembianze di mostro, ndr) o attraversare l’abisso con una sola spinta. La tristezza è inevitabile.

Ma che diresti tu? «Dai loco, non devi essere triste e cosa c’è di più? È solo carne e pelle, non fare il morto tu, la lotta prosegue e va avanti in ogni caso», e io dico alla mia mente provata: «Lui non parlava così, non era irriverente», meglio pensare che avresti detto qualcosa di più brillante, non le storie di questo vecchio pazzo che strappa applausi della folla, ma non è riuscito a muovere il suo popolo come te. Da Oriente* appare una battaglia finale? Difficile, non impossibile… nel frattempo, a te, stella dei Caraibi, una strizzatina d’occhio e un “¡Hasta la victoria… siempre!”.

El Pepe

*Fu a Oriente, sulla spiaggia orientale di Cuba (che oggi si chiama appunto provincia del Granma), che il ‘Granma’ raggiunse l’Isola. Quando è stata diffusa la notizia della morte del lider maximo, il 25 novembre, correva il 60esimo anniversario della spedizione del “Granma”, l’imbarcazione che salpò dal porto messicano di Tuxpan con 82 rivoluzionari a bordo. Soltanto in 12 riuscirono a fuggire agli attacchi militari dopo lo sbarco – tra loro Fidel Castro, Ernesto Che Guevara e Camilo Cienfuegos – e in meno di tre anni avrebbero rovesciato il regime di Batista.