Artemisia Gentileschi è la prima grande pittrice che troviamo nella storia dell’arte italiana, ed è riuscita a riscattarsi dall’onta dello stupro e a liberarsi della violenza subita. Arrivando a dialogare da pari a pari con i maggiori artisti della sua epoca e rileggendo in modo originale la lezione di Caravaggio, come racconta la mostra che dal 30 novembre le dedica il Museo di Roma in Palazzo Braschi. Addirittura arrivando a «stravolgerla completamente» racconta Nicola Spinosa, che di questa nuova esposizione è l’ideatore, oltreché il curatore della sezione sull’ultimo e fertile periodo napoletano della pittrice ( l’intervista allo storico dell’arte è sul numero di Left in edicola  da sabato 26 novembre)

La mostra: Novanta opere provenienti da tutto il mondo, dal 30 novembre al Museo di Roma in Palazzo Braschi, punteggiano il percorso della mostra Artemisia Gentileschi e il Seicento in Italia.  La mostra irpercorre l’arco temporale che va dal 1610 al 1652 raccontando «la pittora» attraverso 40 opere autografe e ricostruendo, nel catalogo Skira, le vari fasi della sua carriera. Dopo la formazione romana Artemisia si affermò a Firenze (dal 1613 al 1620), tornò a Roma dal 1620 al 1626 e poi fu a Venezia dal 1626 al 1630. Infine, a Napoli dove visse fino alla morte. Mentre traduceva la pittura del Caravaggio in una sua cifra nuova, narrativa e teatrale, seducente, la pittrice viveva una passione che era nata a Roma, nella primavera del 1620, dopo una rocambolesca fuga da Firenze, che nella separazione dall’amante, il nobiluomo fiorentino Francesco Maria Maringhi era diventata ancora più forte.

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