Al di là degli articoli, al di là dei percorsi parlamentari e anche al di là degli scivoloni propagandistici Matteo Renzi (e più di lui il renzismo con i suoi camerieri) è responsabile del delitto di inversione di marcia camuffata. Il capitale politico e sociale di speranza che ha accompagnato (e garantito) l’ascesa al potere del giovane democristiano di Rignano è qualcosa che difficilmente sarà possibile coagulare un’altra volta in tempi brevi.

Ubriacati dall’ansia di cambiamento in molti hanno visto nel renzismo la possibilità di reale partecipazione, di disarticolazione dei vecchi apparati, di fermezza nelle posizioni, di umanizzazione della politica e di riforme senza scuse. Forse sarebbe il caso di dichiarare l’aministia per chi ci ha creduto, forse sarebbe il caso di provare a ripartire da qui. Sebbene sembri passato un secolo lo sbocciare del renzismo è stato accompagnato dalla sensazione popolare di una cambio di passo che ha vivificato pezzi del Paese che stavano nauseati ai margini della politica: troppo poco ingenui per credere al fanculismo grillino e troppo logorati dal sinistrismo inconcludente molti elettori hanno appoggiato Renzi nella sua cavalcata destruens confidando in una pars construens che non avrebbe potuto essere peggio di quel che s’era visto.

Lui invece ha tradito nel più diabolico dei modi: ha servito gli stessi insopportabili poteri con luccicante simpatia, ha riabilitato scarti nobilitandoli con il proprio alone e continua a essere circondato dagli stessi pretoriani di quegli altri. C’è di fondo un peccato originale in questa revisione costituzionale che ci vorrebbero fare digerire: il mettere in belle parole ammantate di Costituzione una centralizzazione dei poteri sul governo che almeno prima si esercitava di nascosto. Costituzionalizzare il berlusconismo dandogli una cantilena toscanaccia è il capolavoro. Rendere potabile il veleno e chiamarlo modernizzazione: non ci avrebbe creduto nessuno che sarebbe stato possibile.

Buon mercoledì.

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