C’è uno spot della campagna di Donald Trump, uno di quelli fatti meglio, in cui scorrono immagini della famiglia Clinton nei luoghi del potere. Accanto a loro una serie di personaggi, più o meno noti al grande pubblico, per dare l’idea di, come sentiamo dire dal neoeletto presidente degli Stati Uniti sullo sfondo, «un establishment politico globale» che ha rovinato il Paese, fatto scappare le fabbriche ed è colluso con le banche e la finanza. Tra le figure che scorrono sugli schermi c’è anche l’amministratore delegato di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, mentre parla a un convegno della Clinton Global Initiative.

In campagna elettorale Trump ha promesso di «ripulire la palude» dalla melma degli interessi e dei poteri forti come quelli raccolti dalla fondazione di famiglia dei Clinton. La rabbia contro le élite era stata una delle chiavi per guadagnare consensi e distinguersi dal resto dei candidati repubblicani alle primarie. Ora Trump mette fine alle sue promesse elettorali scegliendo come Segretario del Tesoro l’ex banchiere di Goldman Sachs Steven Mnuchin, 53 anni di cui 17 spesi nella banca di investimenti. Si tratta del terzo banchiere Goldman Sachs che ricopre questo incarico, prima vennero Rubin, con Clinton e Paulson, con Bush (assieme cancellarono il Glass-Steagal Act di Roosevelt che distingueva tra banche d’affari e di risparmio, creando le condizioni per le bolle finanziarie e la ciris del 2008).  Il futuro Segretario al Tesoro è la figura che dovrà far quadrare due promesse in totale contraddizione tra loro: tagliare le tasse e spendere miliardi in infrastrutture. Un compito improbabile affidato a un insider del mondo della finanza che dopo essere uscito straricco da Goldman Sachs è passato a investire nell’industria cinematografica – è uno dei finanziatori di successi come X Men, Avatar e American sniper – ma che non ha esperienza di lavoro politico o amministrativo. Mnuchin si è attirato diverse critiche in passato per aver speculato su gente incapace di pagare il mutuo quando ha comprato con altri finanzieri la banca fallita a causa dei subprime IndyMac.

Mnuchin ha promesso tagli alla corporate tax e un bonus fiscale per la middle class. Ovvero molte meno entrate per il bilancio federale. Ora, in questi anni i repubblicani hanno fatto barricate contro le proposte di spesa di Obama, ingaggiando bracci di ferro procedurali in Congresso e arrivando in più di un’occasione a un passo dal default. Sarà interessante vedere cosa faranno i difensori del pareggio di bilancio oggi. Del resto, sarà bene ricordarlo, l’epoca in cui il deficit federale è volato alle stelle, sono quelli di Reagan.

C’è poi l’altro aspetto: i tagli alle tasse, negli anni di Bush e anche prima, non hanno funzionato come strumento per far crescere l’occupazione e ridimensionare le diseguaglianze, che sono cresciute in maniera costante e hanno cominciato a ridursi – con l’aumento dei salari reali – solo a partire dal 2015. Proprio la dinamica dell’economia nazionale, con una crescita che tutto sommato è sostenuta e i salari reali che hanno ripreso a salire dopo molti anni, potrebbero però aiutare Trump a dare l’impressione di fare bene. Se Obama ha pagato il costo della crisi, nonostante fosse un senatore quando questa è esplosa, così il neo presidente potrebbe approfittare del miglioramento dei numeri dell’economia americana.

Altra notizia è che il vice di Blankfein, Gary Cohn, ha visto Trump e potrebbe diventare capo dell’Office of Management and Budget – così riferisce Politico.com. Cohn sarebbe il terzo esponente della grande finanza a entrare nell’amministrazione repubblicana: Wilbur Ross, detto il “re delle bancarotte” per come nella sua carriera ha guadagnato comprando imprese sull’orlo del fallimento, sarà Segretario al Commercio, con il compito di ricontrattare gli accordi commerciali come il Nafta. Tutti assieme lavoreranno anche alla cancellazione della legge Dodd-Frank, che con enormi limiti, aveva introdotto alcune regole per la finanza e le banche (ad esempio dei limiti nell’esposizione).

Nel complesso non si tratta di figure estreme, hanno rapporti anche con le ali moderate e navigate del partito democratico, ma di personaggi che faranno gli interessi delle banche e della finanza e che sono esattamente coloro contro i quali certo elettorato di Trump ha votato (o certo democratico non ha votato Clinton). In una prima fase il presidente eletto ha concesso molto all’ala conservatrice e bigotta del partito con Michael Pence alla vicepresidenza e i segretari alla educazione e alla sanità, Betsy DeVos e Tom Price, una molto favorevole ai voucher per la scuola privata e l’altro feroce nemico della riforma sanitaria di Obama – e forse con la nomina di Ben Carson alla Casa e sviluppo urbano. Poi ci sono le concessioni alla nuova destra (Steve Bannon) e ai falchi (il capo della Cia e il consigliere per la sicurezza nazionale). Oggi siamo alla rassicurazione dei cosiddetti poteri forti e al tradimento delle promesse elettorali. Resta da vedere come e quanto la capacità di organizzare il consenso e raccontare un’altra storia da parte dello stratega Steve Bannon riusciranno a far dimenticare che l’idea venduta da Trump era, appunto, quella di spazzare via i banchieri e i potenti.

 

 

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