Twitter ha ripristinato l’account di Richard Spencer, il leader di Alt-right, galassia di estrema destra suprematista bianca, facendo un passo indietro rispetto all’annuncio di una stretta sugli account estremisti, razzisti e che incitano all’odio.

Il 15 novembre, quando l’account era stato sospeso,  Twitter aveva annunciato di aver introdotto nuovi strumenti di sicurezza, tra cui la possibilità di segnalare più facilmente condotte del genere di quelle portate avanti da Spencer.

La sospensione di Spencer e di molti altri account legati al Policy Institute Nazionale, specie di think-tank suprematista di cui il piccolo leader è direttore, era stata largamente pubblicizzata. Né allora, né oggi il social network dei 140 caratteri ha spiegato il perché della sospensione e della riattivazione.

Poi, l’11 dicembre, il suo account Twitter è stato riattivato – e, a differenza di prima, ha anche il bollino blu di “verificato”, una modalità concessa agli account di persone con un profilo pubblico per segnalare che non si tratta di un fake.

È in questo contesto che il movimento di estrema destra cerca di riposizionare se stesso, o meglio, presentare una faccia accettabile e prendere le distanze dalla vecchia destra suprematista, tradizionalmente ai margini della vita politica (come racconta il New York Times in un viaggio tra questi gruppi). Con la vittoria di Trump e la nomina di Steve Bannon a portavoce, quelli di alt-right sentono di essere al centro della scena politica statunitense e vogliono cercare di rimanerci. Essere accostati al Ku Klux Klan e a quel tipo di vecchie organizzazioni razziste – con le quali pure hanno rapporti – li danneggerebbe e, per questo, l’idea è quella di eliminare i vecchi simboli e proporre una faccia nuova. Quella che in questi anni ha avuto appeal tra i giovani bianchi attivi in rete, spesso frustrati o arrabbiati con il mondo, ma non pregni di una cultura  di destra tradizionale. Un movimento che si era manifestato la prima volta in maniera cospicua con il cosiddetto GamerGate, onda di violenza e minacce online contro una e molte donne che osavano criticare, parlare, discutere del maschilismo dei videogame (l’associazione tra i due fenomeni viene fatta da The Guardian).

Gamergate, è una specie di movimento d’opinione partito come campagna di diffamazione contro la sviluppatrice di giochi Zoe Quinn. L’accusa, avanzata dall’ex compagno della donna e rivelatasi poi priva di fondamento,  era quella di aver scambiato prestazioni sessuali in cambio di recensioni positive per il suo videogioco, Depression Quest.

Gli attacchi concentrati contro la donna e poi contro altre che l’hanno difesa online o di che hanno sollevato il tema del maschilismo dei giochi, sono stati un primo segnale di come e quanto il potenziale d’odio in rete potesse concentrarsi, tramutarsi in violenza (anche solo a parole) verso persone in carne e ossa. Oggi, invece di una banda di nerd all’attacco delle donne che osano parlare e occuparsi di videogame, gli Usa hanno un futuro presidente che si diverte a twittare contro individui. Non li minaccia, ma li espone, li rende visibili online. E così, dietro a Trump, ci sono quelli di Alt-right o altri ancora, che partendo dalle sue accuse – contro una studentessa che lo ha criticato durante un incontro o un sindacalista che ne ha criticato l’operato – decidono che i nemici del presidente vanno puniti. Per ora il fenomeno resta online. Basta aspettare.

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