Anis Amri aveva passato diversi anni in un carcere italiano ed era in quel luogo che si era radicalizzato. È una storia che si ripete spesso: in Francia e Gran Bretagna esistono esperti, programmi e progetti di lavoro nelle prigioni proprio per monitorare quanto accade e lavorare con i detenuti a programmi di formazione e reinserimento.

Il Paese che ha dato il via alla Primavera araba cerca di far luce sulle morti e le torture nelle carceri di Ben Ali. In tv sfilano vittime e testimoni, ed è la prima volta che accade. Mentre si tenta di contrastare le frange jihadiste che fanno proseliti tra i giovani

I foreign fighters che rientrano in Tunisia rischiano l’arresto immediato e il governo non permette loro alcun tipo di riscatto sociale. Alcune associazioni stanno intervenendo per prevenire e arginare il fenomeno. Una di queste è Rescue association for Tunisians trapped abroad, che sostiene le famiglie dei tunisini arruolatisi nelle fila di movimenti islamici radicali in Siria, Iraq e Libia, e che si occupa della reintegrazione dei combattenti che decidono di tornare. L’ha fondata Mohammed Ikbal Ben Rejeb, dopo che il fratello Hamza era fuggito per arruolarsi. 

Su Left in edicola un reportage dalla Tunisia che racconta del lavoro delle associazioni in questo senso e per fare luce sulle vittime di tortura della dittatura deposta con la prima delle primavere arabe. L’unica che si possa dire vittoriosa.

La storia delle associazioni che lavorano nelle carceri tunisine è su Left in edicola dal 30 dicembre 

 

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