«Non c’è un Cavaliere Bianco contro i satrapi in Rai. Non facciamo psicodrammi», dice Franco Siddi, consigliere di amministrazione ed ex segretario generale Fnsi, intervistato da Lapresse. È convinto, Siddi, eletto nel cda Rai in quota Pd: «Noi siamo tutti consiglieri per la prima volta, tranne Freccero. Dire che qui ci sono conservatori non è vero. Romanzare la verità può essere bello, ma non è utile». Per Siddi, quindi, Carlo Verdelli, ormai ex capo delle News Rai, consulente chiamato per riorganizzare il comparto giornalistico della tv pubblica, non è la prima vittima di una restaurazione, del fallimento del disegno renziano, indebolito dopo le dimissioni da palazzo Chigi e la sconfitta referendaria.

Precisa, Siddi, perché la lettura politicista, invece, comincia a circolare, poggiando su dettagli anche succosi, come l’annunciato arrivo di Bianca Berlinguer alla prima serata del martedì, dove stava l’odiato Ballarò (con l’odiato Giannini) e dove Daria Bignardi aveva voluto Politics di Semprini, chiuso però in anticipo per lo scarso share. È un sorta di rivincita dei talk, così invisi all’ex premier. Sarebbe successo se avesse vinto il Sì? Chi può dirlo. E Verdelli, sarebbe riuscito a imporre il suo piano di riorganizzazione? Per Siddi la questione è tutta di merito («Innovare significa allontanare le sedi da Roma?», si chiede, «non sono d’accordo. Innovazione semmai è maggiore sinergia, usando le risorse che già ci sono»). Ma non è invece azzardato leggere, nel brusco inizio del nuovo anno in Rai, sintomi del rinnovato quadro politico.

Lo fa anche un parlamentare del Pd, per quanto critico, alfiere dell’ulivismo delle origini. «Le dimissioni di Verdelli erano già scritte», dice infatti Franco Monaco, contento e pronto a leggere nel caso Verdelli una più ampia bocciatura sulla gestione renziana. «Più che il suo piano sull’informazione Rai», dice il dem, «bocciati sono il direttore Dell’Orto e la presidente Maggioni, un cda inadeguato e lottizzato, il governo che ha nominato vertici aziendali di sua stretta fiducia». Per Monaco quello che sta succedendo in Rai è dunque frutto delle scelte di Renzi, che avrebbe fatto «l’opposto della reiterata, ipocrita promessa di un passo indietro della politica; l’opposto di una riforma Rai e di sistema degna di questo nome». Pensa, Monaco, al fatto che con la riforma approvata il governo ha potere di nomina diretta dell’amministratore delegato (Dall’Orto, ora dato anche lui in bilico, indebolito) il quale ha a sua volta il potere di indicare i direttori di rete e delle testate giornalistiche. L’idea di Monaco è che più che allontanare la politica dalla Rai, Renzi abbia avvicinato la Rai al governo, a danno sì del parlamento e dei partiti, che almeno garantiscono una certa pluralità. Un disegno coerente con la riforma costituzionale e la legge elettorale (che infatti Monaco non ha votato). Riforme, però, entrambe bocciate.

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