Non è questione di post-verità, ministeri della verità o giudici popolari per il giornalismo: siamo un Paese disabituato alla complessità. Ed è un analfabetismo coltivato scientemente e chirurgicamente da chi, nel corso di tutti questi ultimi anni, ha lavorato duramente per banalizzare tutto ciò che si poteva banalizzare.

Una semplificazione ossessiva che consente a chi tiene le redini del gioco di ritrovarsi raramente a dovere dare delle spiegazioni: in epoca di turbobanalizzazione o si è a favore o si è contro perché il dibattito è solo un’inutile perdita di tempo e i tifosi bramano il goal o il prossimo fallo da dietro per falciare l’avversario.

Eppure la solidarietà, l’accoglienza del nuovo e del diverso, l’ascolto dei bisogni periferici e la gestione delle paure (anche quelle più insensate, che comunque hanno dignità quando non sono strumentali) richiedono l’abitudine alla complessità, la voglia (e l’alfabetizzazione) di scorgere le sfumature e l’amore per lo studio.

Ma ci vogliono tempo e coraggio: bisogna preferire la costruzione di un’etica collettiva alla più facile mitizzazione dell’io o alla fideistica passione per il leader. C’è da innamorarsi dei dubbi e da allenarsi all’essere terribilmente fallibili. Un popolo incapace di leggere le complessità sarà sempre arido, inumano, sloganizzato e continuerà a sentirsi comodo solo dentro il perimetro stretto di un commento sui social o un luogocomunismo da aperitivo.

Piuttosto che cercare un leader a sinistra, ad esempio, si potrebbe smettere di ambire a diventare banalizzatori “etici” e capovolgere il paradigma. Certo, ci vogliono tempo e coraggio. Tempo e coraggio.

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