Un segno, una linea continua indecifrabile. Nessuna concessione a chi sfoglia il libro, niente di più di quello che vivono i protagonisti stessi della storia. «Non volevo che il lettore sapesse più dei miei personaggi», ci dice Gipi, al secolo Gian Alfonso Pacinotti spiegandoci la decisione di abbandonare, per la sua ultima opera, voce narrante, acquerello ed elementi autobiografici, per costruire un racconto scarno ma al tempo stesso intenso, profondo, a tratti silenzioso.

La terra dei figli è l’inizio di una nuova fase creativa per il fumettista pisano? Questo gli abbiamo chiesto, per cominciare, sul numero di Left in edicola da sabato 7 gennaio. Gli abbiamo chiesto come è arrivato a questa virata nel suo modo di raccontare. E «sai», ci ha detto, «io ho sempre la sensazione di non decidere nulla quando lavoro. Mi piacerebbe, arrivato a 53 anni, pensare di avere il controllo su quello che faccio, ma mi sembra sempre che tutto succeda al di là della mia volontà. Magari poi la scopro dopo un anno e dico “Ah, ecco perché lavoravo in quel modo lì”. Ma sul momento è una roba che succede e basta».

«È la storia che comanda», ammette Gipi, «io sono sempre a prendere appunti e scrivere storie. Poi arriva il punto in cui una di esse si impone e diventa “la storia”, quella sulla quale lavorerò. E quando si impone arriva già con la sua forma grafica: l’impaginato, le scene, il modo in cui parlano i personaggi, il tipo di scrittura… È come se ad arrivare fosse un pacchetto sigillato: mi piacerebbe dare l’idea di essere quello che pianifica e pensa la struttura, ma non è così».

La terra dei figli
, la storia che si è imposta, è una storia post apocalittica, vi spiegherà poi Gipi sempre in edicola, con un ambientazione che prende ispirazione da una delle proiezioni di Gianroberto Casaleggio, uno dei video sulla democrazia del futuro, tutta internet e uno vale uno, «una roba da Philip Dick: mi lasciò basito pensare che qualcuno potesse seguire un’idea del genere». «Ci scherzo quando lo racconto», continua Gipi, «anche perché per me l’ambientazione è molto diversa dal senso della storia. Quello che vuoi raccontare è il cuore della storia, il senso profondo, poi come la vesti è tutto un altro discorso. E avrei potuto tranquillamente mettere i personaggi nella prateria con la mamma morta, la tomba e il padre coi figli. Oppure nello spazio o nel Medioevo».

L’intervista integrale a Gipi è, con gli altri articoli, sul numero di Left in edicola e online dal 7 gennaio 

 

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