La pietà e il dolore per quelle vittime innocenti massacrate nella notte di Capodanno in una discoteca, non possono trasformare un “Gendarme” spietato in un alleato affidabile nella guerra al terrorismo jihadista. Le trentanove vittime del massacro rivendicato dall’Isis alla discoteca Reina di Istanbul non mondano il “Pinochet del Bosforo”, la secolo Recep Tayyp Erdogan. Erdogan ha giocato col fuoco jihadista, aprendo per anni le frontiere della Turchia, destinazione Siria, ai foreign fighters provenienti da mezzo mondo, anche dall’Europa, che hanno ingrossato le fila delle milizie jihadiste al servizio di al-Baghdadi. Dolore e pietà non possono far velo ad una realtà di fatto incontestabile: la Turchia di Erdogan è vittima delle giravolte del “Sultano di Ankara”.

A ragione annota Alberto Negri, firma di punta del Sole24ore: «La destabilizzazione è il risultato delle politiche dissennate di Erdogan: ha sostenuto per cinque anni i jihadisti per abbattere Assad in Siria e ora questi si sentono traditi. Erdogan ha fatto un patto con Russia e Iran che prevede la loro eliminazione in cambio della mano libera sulla sorte dei curdi». D’altro canto a denunciare con più veemenza il “doppio gioco” di Ankara in Siria era stato proprio colui che oggi è diventato il più stretto e dominante alleato della Turchia: Vladimir Putin. Putin – dopo l’abbattimento del jet russo lungo il confine siro-turco il 24 novembre 2015 da parte dell’aviazione di Ankara – ha accusato senza mezzi termini di essere socio d’affari del Daesh.

Si è detto e scritto che in quella affollata discoteca sul Bosforo, si è inteso colpire la Turchia laica. Non è così. Perché la “Turchia laica” oggi marcisce nelle galere del regime islamo-nazionalista di Erdogan. La “Turchia laica” è quella che si riconosce nelle battaglie di centinaia di giornalisti incarcerati. La “Turchia laica” sono le migliaia di docenti e rettori epurati, sono i parlamentari del partico curdo progressista incarcerati perché accusati di connivenza con il “terrorismo” di matrice curda.

II violento assalto del governo turco contro le città e i quartieri curdi, che include il coprifuoco giorno e notte, sta mettendo in pericolo la vita di 200mila persone – dice Amnesty international in un rapporto datato 21 gennaio 2016. Un anno dopo, la situazione è ulteriormente peggiorata. Erdogan non può essere considerato un “argine” al terrorismo jihadista, per una ragione fondamentale: perché quel terrorismo lo ha alimentato non solo in funzione anti-Assad ma anche per giustificare un intervento armato in Siria destinato a colpire le milizie curde che i tagliagole al soldo di al-Baghdadi li hanno combattuti per davvero.

Come a Kobane, la città martire siriana a pochi chilometri dal confine con la Turchia. Allora, è bene ricordarlo, Erdogan aveva schierato alla frontiera decine di carri armati, nessuno dei quali ha sparato un colpo contro i miliziani del Daesh. Il “Sultano di Ankara”, convergono analisti e studiosi dell’Islam radicale armato, ha usato l’Isis per terrorizzare la sua opposizione interna, compreso l’attacco bomba a un raduno curdo il 20 luglio 2015 (33 morti) e quello ad Ankara il 10 ottobre successivo durante una marcia della comunità curda: 100 morti.

La lotta al terrorismo, insomma, non può giustificare la rilegittimazione della sciagurata teoria del “male minore”, valsa per Ben Ali in Tunisia, Gheddafi in Libia, e prim’ancora Mubarak in Egitto (e oggi al-Sisi), Saddam Hussein in Iraq. Erdogan e il suo regime islamo-nazionalista (così come Assad in Siria), non sono la soluzione ma parte del problema. Denunciarne le persistenti ambiguità sul fronte siriano e nell’uso strumentale della “guerra ai jihadisti”, è il modo migliore per onorare le vittime del Reina.

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