Per il nono anno consecutivo, Cuba mantiene un tasso di mortalità infantile sotto la soglia del 5 per mille. Anzi, nel 2016, il tasso è diminuito ancora: dei 116.869 nati nell’Isola, sono 497 a perdere la vita entro il primo anno, 38 in meno del 2015, il che si traduce in un tasso di mortalità infantile del 4,3 per mille. Così Cuba si colloca tra i primi 20 Paesi del mondo e, insieme al Canada, è la prima regione delle Americhe. I dati sono stati resi noti dal ministero della Salute pubblica cubana. Dati che testimoniano una situazione molto stabile, ha sottolineato il ministro della Salute pubblica, il dottor Roberto Morales Ojeda. «Il progresso è frutto dell’attuazione delle Linee guida per la Politica economica e sociale del Partito e della Rivoluzione». Mentre l’Isola festeggia il 58esimo anniversario del trionfo della Revolución, dal Moncada si rivendica «un esempio di efficienza e sostenibilità, un risultato concreto».

Le risorse economiche sono scarse eppure i risultati sono, ancora una volta, eccellenti. Qual è il segreto del sistema sanitario cubano? Intanto, la sanità cubana si fonda sul principio per cui la salute è un diritto sociale inalienabile e tutti i cubani hanno diritto all’assistenza sanitaria completa senza distinzioni. I servizi sono finanziati quasi interamente con risorse pubbliche e regolati dal ministero della Salute che concentra e distribuisce le risorse. L’assistenza di primo livello dipende dai Municipi e copre circa l’80% dei problemi di salute della popolazione nei consultori dei medici, attraverso gli “infermieri di famiglia” e nei poliambulatori (che a Cuba si chiamano policlinici). I servizi di secondo livello, invece, coprono circa il 15% dei problemi di salute e quelli di terzo livello il 5% dei casi in ospedali specializzati o istituti di eccellenza.

La Sanità a Cuba assorbe circa l’8,7% del Pil e conta su una rete di circa 220 ospedali, 15 istituti di ricerca, 500 policlinici e una copertura a tappeto in tutta l’Isola del personale sanitario: circa 600mila lavoratori, il 9 per cento della popolazione in età lavorativa. A Cuba, nel 2009, si contano 6,7 medici e 9,5 infermieri ogni mille abitanti. Tutti i medici sono dipendenti del governo e guadagnano mediamente 20 dollari al mese, più alcuni benefit come la casa e generi di prima necessità. Molti tra i migliori medici cubani, poi, sono inviati dal governo a lavorare in altri Paesi dell’America Latina: il programma Barrio Adentro, a partire dal 2002, Cuba invia circa 18mila medici in Venezuela, in cambio di forniture di petrolio dal Venezuela di Chavez. Al 2008, circa 40mila medici cubani lavoravano in più di 70 Paesi esteri.

La ricostruzione della Salute tra embargo ed espatri. Dopo la Rivoluzione l’Isola perde la metà dei 6.000 medici presenti sull’isola che decidono di espatriare. A Cuba rimangono solo 16 professori di medicina, perciò il ministero della Salute avvia un programma di nazionalizzazione e regionalizzazione dei servizi sanitari: 50 nuovi ospedali rurali e 160 policlinici in aree urbane, più un programma di vaccinazione dei bambini e assunzione di nuovo personale. L’embargo Usa, poi, proibisce l’importazione di medicine e alimenti. Perciò negli anni 70 si decide di investire sulla prevenzione e monitoraggio ambientale: cliniche di comunità ed educazione alla salute. E ripetute campagne vaccinali, grazie alle quali per alcune malattie non si verificano casi da diversi anni: Poliomielite, 1962; Tetano neonatale; 1972; Difterite, 1979; Meningoencefalite post-parotidite, 1989; Sindrome rosolia congenita, 1989; Morbillo, 1993; Pertosse, 1994; Rosolia e parotite, 1995; Febbre Gialla, 2005. Negli anni 90 l’Isola comincia a raccogliere i frutti dei suoi piani con un’assistenza primaria che riesce a coprire il 95% delle famiglie cubane direttamente nel quartiere di residenza.

 

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