Nella storia politica di un partito, di un movimento, di un leader politico si commettono errori. A volte sono errori che si riesce a non fare scorgere, quelli che ti capitano e subito ti guardi intorno furtivo per scoprire in quanti ti hanno visto, mentre altre volte capita che siano enormi, rumorosissimi e finiscano sulle prime pagine di tutti i giornali.

Beppe Grillo (o chi per lui, e sarebbe bello capire anche chi ha preso in origine questa decisione) ha sbagliato. Ha sbagliato sicuramente nei tempi, sicuramente nei modi e probabilmente anche nei fini. Chiedere una votazione al volo nel fine settimana sul cambio di gruppo di appartenenza al Parlamento Europeo è già un gesto “antipatico”, digeribile solo nel caso in cui la fretta fosse dettata dai tempi ristretti di un accordo già istruito e delineato. Il fatto che invece l’Alde alla fine abbia rifiutato il M5S trasforma il tutto in un pasticcio delirante, infantile e clamoroso.

Ma gli errori, si sa, capitano. E quando capitano basterebbe chiedere scusa. Semplicemente. E magari individuare i responsabili dell’errore, discutere sulle cause, forse addirittura pretendere risposte dai leader. Accusare l’establishment, come scritto sul blog di Grillo dopo il rifiuto, significa prendere i propri elettori per somari, è la toppa peggiore del buco. È la difesa da pifferaio magico, il gne gne da asilo. Peccato.

Buon martedì.

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