«Dio, liberaci dagli uomini». È il ritornello di “Hwages” (Ossessioni), una canzone di Majed Al-Esa. L’inno alla ribellione delle donne sottomesse è scritto da un uomo, che si scaglia contro il suo genere, e cantato da un coro di donne. Il tutto in una delle nazioni più repressive verso le donne: l’Arabia Saudita. Velate di nero, come vuole la tradizione e impone la legge. Le donne guidano, giocano a basket, danzano sulle panchine del parco. Al Luna Park giocano a bowling e lanciano birilli con sopra le immagini di diversi uomini. C’è anche un doppio “cammeo” per Donald Trump, sovrapposto agli attori che interpretano il ruolo dei conservatori e mostrano un cappio come avvertimento. Ironico, dissacrante, irriverente. Il videoclip è uno schiaffone agli integralisti. E, pubblicato il 23 dicembre scorso, ha già abbondantemente superato le 4 milioni di visite.

Le polemiche sono già iniziate e sono feroci. «È un video blasfemo» denunciano gli integralisti, che sui social hanno inviato a Majed Al-Esa duri messaggi. Ma arrivano anche messaggi di apprezzamento: «Majed sta supportando la lotta di tutte le donne del mondo», scrive un utente arabo sul profilo twitter di Majed. «Ha rotto tutti gli stereotipi sulle donne col suo videoclip. Che vi piaccia o no, è da guardare» sottolinea invece un altro. E proprio questo pare essere l’intento di Majed: attirare l’attenzione sulla sua canzone per far capire che l’Islam non è repressione della donna.

L’Arabia Saudita è anche il Paese con il maggior numero di utenti twitter del mondo in proporzione alla popolazione. Non a caso, sul finire dell’estate 2016, è esplosa una campagna sui social media delle donne saudite: #StopEnslavingSaudiWomen (mettete fine alla schiavitù delle donne saudite). Si chiede la fine del sistema di guardianship, il sistema di tutela maschile previsto dalla legge saudita.

È lunga la lista dei divieti alle donne saudite. Senza il consenso di un uomo non possono guidare (pena 10 frustate) né viaggiare senza il permesso di un uomo (fino all’età di 45 anni), non possono sposarsi, lavorare, fare sport, accedere all’assistenza sanitaria, aprire un conto in banca, iniziare una causa in tribunale. In Arabia Saudita la donna è sottoposta – a vita – alla tutela dell’uomo: il guardiano può limitare le sue libertà e impedirle di emanciparsi ma non è tenuto a provvedere alle sue necessità.

Il sistema di tutela maschile è «il più grande impedimento al rispetto dei diritti delle donne saudite», denuncia Human Rights Watch nel rapporto Boxed In: Women and Saudi Arabia’s Male Guardianship System. Mariti, figli, padri e fratelli autorizzati dalla legge a controllare ogni singolo istante della vita di mogli, sorelle e figlie. La custodia permanente è spesso affidata al marito, ma può succedere che sia il figlio a “tutelare” la madre. «Mio figlio è il mio tutore, che ci crediate o no, ed è davvero umiliante. Colui che ho messo al mondo e cresciuto, è il mio guardiano», dice una donna di 62 anni a Human Rights.

L’ultimo caso di repressione, meno di due mesi fa, quando una giovane ventenne è stata arrestata dalla mutawwīn, la polizia religiosa saudita, per aver postato sul suo account twitter una foto che la ritraeva per strada a capo e caviglie scoperte e senza l’abaya, il tradizionale abito nero.

La monarchia assoluta islamica retta da re Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd, nei primi mesi del 2016 una timida riforma l’ha avviata. Adesso è stata promulgata una legge che condanna la violenza domestica, anche se non prevede il reato di stupro nel caso in cui uomo e donna siano sposati. Anzi, incita alla riconciliazione familiare, facendo desistere la donna dal denunciare il marito, suo guardiano.

Commenti

commenti